Storia, Uomini e luoghi
GRAVINA E LA VIA “FRANCESCA” DEI PELLEGRINI
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23 Apr 2016
- Ultima modifica il Lunedì, 25 Aprile 2016 05:29
- Pubblicato Sabato, 23 Aprile 2016 05:14
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Il culto mariano e, soprattutto, quello micaelico di San Michele delle Grotte attirarono a Gravina i pellegrini che percorrevano la Via “Francesca”. Infatti, Gravina fu una meta privilegiata di quella via dei pellegrini che attraversavano le contrade del Meridione d’Italia per imbarcarsi per la Terra Santa.
La città di Gravina (filiazione dei toponimi geomorfologici e storici: Pietramagna, Botromagno, Sidion, Silvium), era ubicata nelle vicinanze della Via Appia antica e beneficiava del sistema viario primario e secondario: ad essa parallele; che in essa confluivano; che da essa si diramavano. Tutte le strade connesse alla via Appia antica costituirono il reticolo della “Via Francesca” che percorrevano i pellegrini verso i santuari mariani e micaelici, verso i luoghi sacri del Cristianesimo antico.
La via Appia fu utilizzata ampiamente dai pellegrini che da Roma si dirigevano verso la Terra Santa, toccando i luoghi sacri o santuari dedicati alla Vergine Maria, a San Michele Arcangelo, ai santi e martiri più venerati dal Cristianesimo antico. Le loro mete di imbarco erano Barletta, Bari, Egnazia, Brindisi se percorrevano la via Traiana.
I pellegrini che passavano da Monte Sant’Angelo erano soliti far tappa ai piccoli santuari micaelici di filiazione garganica situati sul percorso della Via Appia, per cui, quasi tutti raggiungevano Gravina per visitare la chiesa grotta di San Michele per poi raggiungere il sicuro porticciuolo di Scanzano dove si imbarcavano per la Terra Santa.
I primi documenti d'archivio che citano l'esistenza della “Via Francesca “ risalgono al IX secolo e si riferiscono a un tratto di strada nell'agro di Chiusi, in provincia di Foggia. Certamente la “Via Francesca” fu una parte integrante di tutti i percorsi dei pellegrini che provenivano da Roma e dal Gargano.
Ancora oggi non si conoscono le molteplici alternative che giunsero a definire una fitta ragnatela di collegamenti che il pellegrino percorreva a seconda della stagione, della situazione politica dei territori attraversati, delle credenze religiose legate alle reliquie dei santi.
Sul Gargano, a Monte Sant’Angelo, in una grande spelonca, si insediò il più importante luogo sacro dedicato al culto di San Michele Arcangelo. Quel luogo divenne, dal V secolo in poi, una meta obbligata e privilegiata dei pellegrini diretti a Gerusalemme, per cui favorì la nascita di altre vie parallele e alternative alla Via Appia e alle sue diramazioni.
Il culto di San Michele Arcangelo del Gargano si diffuse a macchia d’olio tra il V e VI secolo in tutto il Sud d’Italia, favorito e protetto, inizialmente dai Longobardi e, successivamente dai Normanni. Pastori nomadi e pellegrini completarono l’opera di individuazione e consacrazione a San Michele Arcangelo di tanti luoghi impervi. Nacquero sulla rete della Via Francesca e Francigena del Sud molti santuari come tappe obbligate per chi si recava al Santo Sepolcro
Gravina conserva buone testimonianze di culti e luoghi dedicati ai santi Pietro, Paolo, Stefano, Nicola, Vito, Eustachio, Basilio, Lucia, Giorgio e, in primis, la Vergine Maria, San Michele Arcangelo, Gabriele, Raffaele.
La grande venerazione verso quei santi ispirò e incentivò il fervido spirito cristiano e indusse monaci (basiliani, benedettini, templari, Giovanniti) e uomini pii a realizzare monasteri e chiese in loro onore, intorno a cui si costituirono ragguardevoli villaggi rupestri.
Noti sono i santuari dedicati a “San Michele Arcangelo delle Grotte” nel rione “Fondovito” e i santuari mariani della Madonna delle Grazie, di Santa Maria della Stella, Santa Maria della Pace, Santa Maria degli Angeli, meno rinomato.
Presso il santuario micaelico si innestò la tradizione di Monte Sant’Angelo che ricordava e ricorda gli eventi dell’8 maggio e del 29 settembre. Durante i primi di maggio e alla fine del mese di settembre si dirigevano al Gargano masse di pellegrini che osavano, far tappa ai santuari micaelici di sicura influenza garganica.
Il santuario micaelico di Gravina fu per lunghissimi anni meta di pellegrini che scendevano da Monte Sant’Angelo, che, dopo aver toccato altri luoghi di culto, arrivavano a Gravina percorrendo i sentieri della “Via Francesca e Francigena”.
L’Antica “Via Appia” fu la via più percorsa dalla maggior parte dei pellegrini che si dirigevano verso Gravina. Infatti toccavano Venosa, Minervino ove c’è un santuario micaelico e poi proseguivano su due diramazioni: una pedemurgiana (statale: Spinazzola-Poggiorsini-Gravina); l’altra parallela detta “Via di Cipro, poi, Via dei Pezzenti” (provinciale: Spinazzola - Dolcecanto - Gravina).
I vari santuari furono mete di culto e servirono come tappe o stazioni di riposo presso cui i pellegrini trovavano accoglienza da parte di monaci Benedettini, prima, e Templari, poi. Questi ultimi svolsero una fiorente attività turistica ante litteram come ospitanti e guide protettrici per tutti i pellegrini in transito vero la Terra Santa e ritorno.
Gravina come meta sulla via Francesca è presente nella nuova mappa della via dei pellegrini: la Francigena verso Sud-Puglia- Gerusalemme, approvata nel 2015 dall’Assemblea generale dell’Associazione Europea delle Vie Francigene. Infatti, Gravina è entrata a pieno titolo nell’itinerario dei pellegrini, che potrebbe dare nuova linfa al turismo locale e al turismo religioso. Essa, unitamente alla Puglia è riconosciuta come meta turistica e come crocevia delle culture e dei popoli, così come lo fu nei secoli passati e come dovrà perpetuarsi, realizzando un virtuoso rinnovamento della tradizione storica per un benefico progetto sociale, culturale ed economico.
Gravina, 22 aprile 2016 Fedele RAGUSO
NB. Parte di questo testo lo stilai a settembre 2013 su richiesta di Sergio Varvara, quando era assessore al Turismo, perché gli fu richiesto da chi stava stilando la mappa della via Francigena.
LA FIERA SAN GIORGIO CONTRASTATA DAGLI ALTAMURANI
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18 Apr 2016
- Ultima modifica il Lunedì, 25 Aprile 2016 05:32
- Pubblicato Lunedì, 18 Aprile 2016 13:39
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Gli Altamurani da sempre hanno cercato di sottrarre alla città di Gravina territorio ed ogni altra prerogativa istituzionale ed economica. Emblematica e rinomata fu la loro arbitraria invenzione secolare di un mercato o fiera di San Marco da celebrarsi il 12 aprile, contravvenendo alle norme di Fiere federiciane, angioine e aragonesi, che vietavano, innanzitutto, la nascita e istituzione arbitraria di mercati e fiere che, oltretutto, non dovevano interferire, ostacolare, danneggiare le manifestazioni commerciali di paesi vicini.
Purtroppo gli Altamurani, caparbiamente, si inventarono la celebrazione di una vera e propria fiera di San Marco, mai esistita e mai attestata da fonti pubbliche ed ufficiali.
La fiera gravinese, nonostante i privilegi e la secolare pratica, contrastata dai cittadini della città di Altamura che volle celebrare il suo mercato San Marco, 12 di aprile, e, precisamente, tra le rinomate fiere di S. Leone di Bitonto e S. Giorgio di Gravina.
Tra le tre città nacque un contenzioso che approdò nel tribunale della Regia Camera della Summaria. Il contenzioso si concluse, giustamente, a vantaggio di Bitonto e Gravina, che conservarono le loro fiere e stroncarono ogni velleità e arbitrarietà degli Altamurani .
Ottavio Serena, annalista altamurano, rifacendosi a semplici citazioni relative ad una presunta fiera S. Marco altamurana, citata da Santoro e Frizzale (storici di Altamura) scrisse: “ Sì accese in questo anno (1660) l'antica ira tra la nostra città (Altamura) e quella di Gravina per la fïera che celebravasi ... dal 21 aprile al 28 di ciascun anno. Gravina sull'appoggio di un antico privilegio, voleva celebrarla in quei giorni medesimi. Ricorse Altamura in Regia Camera …. La contesa durò per più anni e si venne spesso alle armi e fu versato molto sangue ... nel 1691, per. causa della peste, non si celebrarono le fiere di S. Giorgio e S. Marco, luoghi di approvvigionamento, soprattutto di carne, della città di Napoli, che si venne a trovare in serie difficoltà alimentari; nel 1716 l’Università di Altamura sostenne la lite con quella di Gravina per la fiera; nel 1736-1740 cominciarono a dolersi della grazia della fiera ottenuta da Altamura tanto il duca e la città di Gravina quanto la Università e il monastero di S. Leone di Bitonto. La causa fu portarla innanzi alla Regia Camera della Sommarla, ma, ciònonostante, la nostra città continuò la sua fiera ai 12 aprile, dal 1735 al I740. La causa durò per parecchi anni, fino al 1902”. L’Università di Altamura perse più volte la contesa sino a quando gli fu interdetto di celebrare il semplice mercato degli ovini che era solito fare, perché interferiva con le rinomate fiere di Gravina e Bitonto. Oltretutto i giudici della Regia Camera giustificarono il divieto di celebrare il mercato o fiera perché la città di Altamura non aveva, nelle vicinanze del colle su cui trovavasi, sorgenti e pozzi di acqua potabile necessaria per uomini e, soprattutto, per gli animali.
La vertenza giudiziaria produsse contrasti, tafferugli ma anche tanta rinomanza alle fiere di Bitonto e di Gravina, che entrarono nei calendari fieristici del tempo e citate nei Dizionari geografici ed economici del Regno di Napoli.
La fiera di Gravina venne richiamata, ricordata e riconfermata in nuovi privilegi e provvedimenti delle autorità centrali e locali, preoccupate di mantenerla in vita e renderla economicamente produttiva. Significative furono le deliberazioni della Camera della Sommaria del 1634 e il real decreto di Ferdinando II Borbone del 1854 che ribadirono il diritto e privilegio, confermarono il suo calendario, tramandarono alle autorità postunitarie le prerogative di quell'evento storico-economico.
LA FIERA SAN GIORGIO DEGLI ALLEVATORI E AGRICOLTORI
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13 Apr 2016
- Ultima modifica il Lunedì, 25 Aprile 2016 05:36
- Pubblicato Mercoledì, 13 Aprile 2016 15:39
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Pubblichiamo la seconda parte degli studi e approfondimenti del Prof. Fedele Raguso che gentilmente ha messo a disposizione di questa testata giornalistica al fine di far conoscere alla comunità lo svilupparsi, negli anni, della Fiera San Giorgio.
Si diffida chiunque volesse riprodurre e diffondere le notizie in quanto sottoposte a copyright.
La maggior parte dei grandi appuntamenti economici nascevano in coincidenza di festività di santi protettori delle comunità istitutrici. I mercati o fiere assumevano la denominazione del santo e si organizzavano in concomitanza dell’anniversario stabilito dal calendario o dal martirologio cristiano. Così si onorava il santo e si auspicava la protezione ed il buon successo commerciale ed economico. Quando un mercato veniva riconosciuto dalle autorità ecclesiastiche e governative laiche assumeva il titolo di Fiera e conseguiva benefici legali e fiscali, che assicuravano il concorso di allevatori, produttori agricoli, commercianti, banchieri. La fiera era regolamentata e gestita da figure istituzionali locali con particolari statuti e regole per la organizzazione dei giorni e per lo svolgimento.
Gravina aveva due appuntamenti commerciali: uno primaverile nel mese di aprile (18 – 25); uno autunnale nel mese di settembre (29-30). Entrambi furono riconosciuti appuntamenti fieristici con precipue caratteristiche commerciali. Il mercato o fiera di primavera fu sempre il più importante .
L’attuale Fiera Regionale di Gravina (già Fiera S. Giorgio dal 1294), prese il nome di San Giorgio, perché le attività commerciali avvenivano nei pressi e nei dintorni della omonima chiesa. Intorno alla chiesa-grotta , ubicata a ridosso di una chiesa-grotta, sita nella “ lama”, si svolsero i primi mercati, che si allestivano in occasione degli anniversari del martirio o della canonizzazione del santo. In quelle circostanze avvenivano pellegrinaggi e incontri di devoti, vicini e lontani.
Il culto di San Giorgio nel Sud d’Italia fu diffuso proprio dai Normanni durante la conquista del Mezzogiorno d’Italia. Infatti, Goffredo Malaterra, cronista e biografo di Ruggero, detto il Gran Conte e, poi, primo re di Sicilia, racconta che il suo mecenate, quando entrò in Palermo, liberata dai berberi musulmani, ebbe la visione di San Giorgio su un cavallo bianco con il vessillo della vittoria: lancia, cartiglio bianco con croce rossa e scritta : in hoc signo vinces.
Dopo quell’evento San Giorgio divenne il patrono e protettore di molti luoghi antropizzati e molte contrade, che presero come eponimo il suo nome. A Lui vennero dedicate molte chiese rupestri e molte altre furono costruite in suo onore. A lui si dedicarono appuntamenti commerciali di grande richiamo di mercanti, come quello di Gravina.
San Giorgio era il santo combattente contro il maligno più accanito dei deboli e dei cristiani. Combatte e annienta il drago, simbolo di ogni male, di ogni avversità. Il nome Giorgio “deriva da geos (terra) e orge (coltivare), significa agricoltore, per cui egli stesso, come la dea Cerere dei pagani, protegge allevatori e agricoltori.
La semantica agiografica di S. Agostino gli attribuisce altri significati ed altre funzioni protettive. Infatti risulta anche protettore dei cavalcatori, degli armaioli, dei militari, degli schermatori, della cavalleria, dei lebbrosi, degli Scouts.
Il leggendario e storico San Giorgio, fu un tal tribuno romano, di nome Giorgio, nato ia Lydda di Cappadocia (Asia Minore), che, scandalizzato dalle cruente persecuzioni contro i cristiani, si convertì al Cristianesimo, difendendolo anche con il sacrifico della vita.
Il suo mito è legato a due eventi significativi e leggendari. Il primo si concretizza nella città di Silena, in provincia di Libia, dove subì il martirio da parte dei pagani, nonostante avesse ucciso il drago pestifero e liberato la giovane principessa, figlia del re di quella città. Il secondo evento è legato ai diversi supplizi atroci e decapitazione, a cui lo sottopose il prefetto Daziano, perché non volle abiurare la fede cristiana.
I primi mercati agro-pastorali di Gravina si svolgevano intorno alla chiesa rupestre dedicata a Santa Caterina, sita nella Lama o canale Casale, in cui, sicuramente, esistevano affreschi raffiguranti San Giorgio. Detta chiesa si trovava sub divo in prossimità del luogo ove fu eretta la chiesa in onore di San Giorgio. Questa fu fatta costruire, molto probabilmente, da Aitardo normanno, fratello di Roberto il Guiscardo, divenuto I conte di Gravina dopo il successo dei Normanni nella battaglia di Civitate (FG) del 1054.
Il mercato annuale fu istituzionalizzata e regolamentata come fiera dai Normanni, fu vivacizzata e incentivata dai Cavalieri Templari, tramandata dai Cavalieri Gerosolimitani, perpetuata dai cittadini di Gravina con i privilegi dei re angioini, aragonesi e borboni.
Nel 1294 il conte Giovanni Montfort, unitamente al sindaco e cittadini di Gravina chiese ed ottenne dal re Carlo II d’Angiò il ripristino delle Nundine Sancti Georgi, cadute in disuso o addirittura sospese per molti anni.
Lo stesso Carlo II ordinò con il suo privilegio il ripristino delle Nundine stabilendo che esse si svolgessero nell’ampia prateria che si estendeva intorno alla chiesa S. Giorgio, ove altri feudatari l’avevano istituita in onore del Santo, martirizzato il 23 aprile del 303 d. C., durante l’impero di Diocleziano. La prateria che accoglieva animali e commercianti si estendeva dal convento dei Cappuccini sino nelle vicinanze dei conventi di San Domenico e San Sebastiano
Le Nundine si svolgevano per 9 giorni, dal 18 al 26 aprile di ogni anno e venivano precedute da atti giuridici ed istituzionali mirati: nomina ed investitura del mastro di fiera; consegna al mastro di fiera degli atti giuridici, le chiavi della città, le aree e le infrastrutture predisposte per accogliere ed ospitare gli avventori. Il mastro di Fiera assumeva la carica amministrativa e giudiziaria della Fiera esterna della prateria e di quella interna alle mura della città avviava le attività commerciali e assicurava il buon svolgimento del mercato fino all’ultimo giorno stabilito dal mandato ricevuto, quando consegnava i privilegi ricevuti nelle mani del sindaco e del feudatario della città.
Quell’antica e prestigiosa Fiera San Giorgio, oggi ha cambiato nome e caratteristiche, perdendo la primitiva identità agro-pastorale con tutte le specificità commerciali: calmieratrice dei prezzi dei cereali e degli animali di ogni tipo; vetrina di alcune specie di cavalli, muli, mucche da latte, suini da carne.
Forse San Giorgio non condivide ciò che si è fatto e si continua a fare, e ha smesso ogni suo sostegno e protezione, visto che la sua Fiera è diventato un ibrido e coacervo commerciale: occasione per lucrare a scapito della economia di allevatori e agricoltori e, soprattutto, a danno della cittadinanza che non consegue più i benefici e guadagni che assicuravano i tanti mercanti e turisti della Fiera Agricola.
A San Giorgio, piacerebbe, sicuramente, che la sua fiera riprendesse l’ originaria tipicità per essere la vetrina più importante di un mondo agro-pastorale ecologico e biologico a Lui caro e alquanto necessario per la sopravvivenza delle generazioni che hanno abbandonato le attività dei padri.
Gravina, 12 aprile 2016 Fedele RAGUSO
ECONOMIA FIORENTE E APPUNTAMENTI COMMERCIALI
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17 Apr 2016
- Ultima modifica il Lunedì, 25 Aprile 2016 05:33
- Pubblicato Domenica, 17 Aprile 2016 07:54
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Gravina ha ereditato due appuntamenti semestrali per gli scambi economici: 18-25 aprile (fiera San Giorgio), 30 settembre (mercato agricolo di San Michele). I mercati ebbero origini antichissime: uno a primavera per affrontare le esigenze del semestre dei raccolti; l'altro in autunno per gli acquisti di scorte per l'inverno, per i preparativi alla stagione della semina. Si trattava di incontri nati da naturali esigenze di scambio (baratto), che divennero, poi, appuntamenti istituzionalizzati e regolamentati dalle autorità locali e centrali con appositi atti pubblici.
La storica e rinomata Fiera S. Giorgio di Gravina ha avuto la denominazione di “Fiera regionale di Gravina. Fiera San Giorgio dal 1294” nella edizione del 2006 e si trasformò da gran mercato agropastorale in gran mercato di tutto.
La sua longevità, la sua continuità, la sua incidenza è dovuta, principalmente a fattori come base elementi geoeconomici, sociali, culturali, politici, istituzionali. Questi fattori favorirono, prima, la nascita del mercato, poi la trasformazione in Fiera Agricola garantita e sostenuta dalle Istituzioni antiche e moderne.
Dal 1674 il 30 settembre, in occasione della festa patronale di San Michele Arcangelo, si celebra la Fiera Agricola, riservata strettamente al commercio di animali e attrezzature agricole, che, pur nella sua unica giornata di scambi, rappresentava un gran richiamo e raduno di allevatori, di commercianti, di acquirenti e turisti, che assicuravano buoni guadagni.
Le fonti scritte e i numerosi reperti archeologici rinvenuti sul vasto territorio e, in particolare, sulla collina Pietramagna e nelle immediate vicinanze, testimoniano che la comunità degli antichi gravinesi ebbero fiorenti e continui scambi commerciali e culturali dal Neolitico in poi.
Le comunità che popolarono i siti di Pietramagna, Botromagno, Sidion, Silvium, Gravina si adeguarono al sistema economico naturale, che determinò la vita sedentaria, l’organizzazione sociale e politica, la nascita e costituzione dell’Urbs e dell’Universitas. Uomini e governanti diedero vita ad appuntamenti commerciali che si consolidarono in nundinae, favorite dalla posizione geografica, dal sistema viario, dall’importanza politica, dalla ricchezza economica, dagli scambi commerciali esistenti e sviluppati sin dall’epoca greco-romana.
Gravina si trovava in una posizione geografica privilegiata: all’ingresso orientale di un largo corridoio che correva approssimativamente da Sud-Est a Nord-Ovest della penisola meridionale italiana, ed offriva facili comunicazioni tra le coste dei mari Jonio, Adriatico e Tirreno e gli Appennini lucani, pugliesi e campani; per il suo vario e redditizio territorio; per i suoi pascoli, allevamenti, prodotti agricoli e artigianali.
La natura fertile del territorio e la buona qualità dei suoi prodotti furono riconosciuti dai funzionari regi, inviati per stimare le entrate, il feudo e l’intera città. Nel 1531 Gravina fu censita con una “estensione di 30 miglia di circonferenza, con selve, molti terreni seminativi ed erbosi, vigne, giardini di frutta ed una pescara grande, alimentata da acque sorgenti, ... come terra fertilissima di grani, vini, erbe, frutta, granoturco e cereali vari”.
Nel 1608 Virgilio de Marino dichiarò nel suo apprezzo che: “... nel territorio di detta cita et soi destritti si ci fanno grani et orgi, avena, fave, linj et tutte sorte di vittuagli et tanti che vi concorre tutta terra di Bari a comprarne et altri lochj convicini per che ve se ne fanno infiniti per la gran quantità del territorio, che tiene detta città e per la sua buona qualità et fertilità che vengono essere territorij seminati tre anni continui, doi d’essi di grano, lo terzo di orgio, fave et altri vittuagli et lo quarto anno si reposano et da essi da fertile ad infertile ogni tumulo di semente viene con dieci et dodeci et non vi corre troppa spesa”.
De Marino evidenziò anche la buona qualità e l’abbondanza dei vini, richiesti dai luoghi vicini e lontani: “ …Nel territorio di detta citta in qualsivoglia luoco et possessione se sia et che sia del padrone della città o della ecclesia è permesso ad ogni persona de possere piantare vigne... molte persone che non hanno altro che fare per guadagnare … piantano le dette vigne e poi piantate le soleno vendere, et have detta citta in diversi lochj et quartieri più di cinquanta carre di vigne et stanno dette vigne circum circa la citta... si fanno vini di ogni sorte et in grandissima abundanza delli quali si provedono molti luochi convicini che ne fanno poco o niente e vi si fanno ancora frutti a bastanza melloni d’acqua, cocumeri et ogni sorte de hortalitie...”
Egli registrò con precisione i buoni e abbondanti pascoli pubblici e privati su cui si allevavano animali d’ogni genere “...vi sono cavalli da sella, da quattro cento cavalli, muli et giomente d’imbasto et circa milli somarri et circa trenta cinque milia pecore ultra a quelli de li preiti et persone che non pagano la gabella alla università …”.
Il territorio, il sistema viario, i prodotti, gli animali, furono fattori determinanti per la nascita, sviluppo e continuità della fiera San Giorgio, che risultò anello economico delle grandi fiere costiere ed interne di Puglia, di Lucania, di Calabria, della Campania.
Uomini, animali e merci percorrevano buona parte delle strade meridionali, ora accessibili, ora impraticabili. La viabilità gravinese si innestava sul reticolo stradale, che collegava Napoli con i porti dell’Adriatico e dello Ionio: “ Su di essa si dipanava il ricco traffico delle compagnie fiorentine, veneziane e milanesi, le quali facevano la fortuna di Bari, Barletta, di Trani, di Manfredonia e di Brindisi”. A quella fortuna parteciparono Bitonto, Gravina, Matera e tante altre città dell’interno pugliese e lucano. Le strade trasversali, che intersecavano le Murge (sud-nord) e quelle che la percorrevano in senso parallelo (est-ovest, statale 97, strada della Rivoluzione) univano l’Appia antica con quella Traiana, e quindi tutti i centri della costa e dell’interno.
È documentato che i re angioini favorirono i trasporti terrestri con la manutenzione delle vecchie strade e la costruzione di nuove. E datato 1270 un mandato di re Carlo I “ai procuratori... del conte di Caserta... per la manutenzione e custodia delle strade”, in cui compare anche la strada che da Gravina portava a Torre a Mare.
La preziosa descrizione di Virgilio de Marino del 1608 richiama i collegamenti di Gravina con Napoli e le città costiere. Sappiamo di una viabilità efficiente, ereditata dal passato e conservatasi tale sino ai nostri giorni. Gravina distava da Napoli 130 miglia circa “donde se ci va per tre strade, una la strada del procaccio (postino) per la Basilicata per la quale d’inverno si va incomodamente, laltra è la strada di mezzo per le montagne de Puglia quale è la più corta et per essa si va la estate gia che d’inverno è multo incomoda et l’ultima è la strada di Puglia per lo piano, per la quale quantunque sia un. poco più longa si va d’ogni tempo con ogni comodità et in carrozza... dalla. marina al più corto miglia vintiquattro et sono in detta marina la citta di Barletta, Trano, Bisceglia, Molfetto, Giovenazzo, Bari et Bitonto et la distante de detta citta di Gravina è miglia 36 quale è Barletta ... alle quale tutte si va in piano et se ci va in carrozza”. Era collegata “con la Scanzana (Scanzano MT.) che serve per carricaturo, distante 41 miglia”, dove confluivano le sue merci d’esportazione, e dove giungevano quelle importate. Aveva un buona via di collegamento (Appia antica) con Taranto “distante da Gravina miglia 48 dove si va in piano, da detta citta veneno pesci in. abundantia et d’ogni sorte et in spetie aurate bellissime et vi arrivano freschi d’ogni tempo”.
La fiera di Gravina fu uno dei 63 appuntamenti commerciali che alimentavano e incrementavano il movimento economico delle cinque aree geografiche del Regno di Napoli, su cui si celebravano 230 fiere.
I mercanti partecipavano con spostamenti comodi, sincronizzati per 23 fiere principali di Puglia. “Un mercante che si recasse in Puglia per prendere parte alla fiera bitontina di San Leone, che cadeva intorno all’11 aprile, giungendo nella regione, qualche giorno prima, avrebbe potuto frequentare le fiere di Palo e di Fasano. Lo stesso mercante... nella seconda meta d’aprile ed in maggio avrebbe potuto seguire due itinerari, entrambi punteggiati da fiere: il primo passando per l’interno, l’avrebbe condotto a Gravina, Altamura, Gioia, Taranto, San Pietro in Bevagna e quindi alla costa ionica; il secondo, proseguendo, lungo la costa adriatica e nel suo entroterra, l’avrebbe portato a Mola, Modugno, Polignano, Putignano, Conversano, Brindisi e Lecce, e poi, risalendo verso il Nord, a Bari, dove in maggio, si teneva la fiera di San Nicola. Se ... da Bitonto avesse voluto riprendere la via del Nord, avrebbe incontrato le fiere di Terlizzi, Andria, Corato, Trani e sarebbe giunto a Foggia, sede d’una delle più importanti fiere pugliesi...”.
Yver e Grohmann attestano, sia pure indirettamente, che la Fiera San Giorgio ebbe un suo ruolo nel quadro economico del Mezzogiorno d’Italia favorita dalle fiere Nicolaiane, da quelle istituite da Federico II e dai re Angioini, da tutti i mercati di Puglia e Basilicata.
Le produzioni agricole e gli allevamenti determinarono la nascita di mercati e l’istituzione di fiere, dove era più facile il confronto e lo scambio di merci da esportare nelle regioni limitrofe e, soprattutto, in Oriente durante e dopo le Crociate.
L’appuntamento economico dedicato a San Giorgio, però, deve la sua trasformazione, da mercato in fiera, e la sua durata nel tempo a uomini che ricoprirono cariche istituzionali di rilievo e al ruolo politico da essi svolto: in epoca angioina, fu signoria di uomini potenti come i de Belloioco e i de Monfort ; in epoca aragonese, fu contea e ducato della potente famiglia Orsini.
Il grande mercato divenne fiera o “nundine” in epoca angioina dopo il 1271, quando la città conobbe la signoria dei de Belloioco ed una consistente e determinante presenza dei Cavalieri Templari. Questi si insediarono nel territorio di Gravina e in quelli di Picciano, Spinazzola, Minervino tra il 1270 e 1272, e qui restarono sino al 1308. Ad essi dobbiamo assegnare la paternità delle nundine Sancti Georgi. Essi trasformarono il semplice mercato in fiera di richiamo di produttori agricoli, di allevatori, di artigiani, di mercanti del Mezzogiorno, di banchieri e imprenditori commerciali di Firenze, di Genova, di Venezia[1].
La Puglia interna e la confinante Basilicata furono la terra della seconda colonizzazione templare, dopo quella costiera, in quell’Italia meridionale, che guardava all’Oriente in linea più diretta. La colonizzazione templare fu favorita da tre fattori principali: i successi della I crociata e i possedimenti del Medioriente, che richiedevano appoggi logistici dai luoghi più vicini; il sostegno alle crociate successive; le attività commerciali intraprese dai Templari. Per questo i confini apulo-lucani, che, precedentemente, erano stati solo luoghi di transito, furono occupati, controllati e sfruttati intensamente.
Nel Regno di Sicilia ed in Puglia i Templari divennero più forti e più protetti con l’avvento degli Angioni, con il cambio dei comandi, con l’avvicendarsi di feudatari francesi, e, soprattutto, con Guglielmo Beaujeu (Belloioco), maestro a sua volta della II regione del Sud Italia, luogotenente del gran maestro Tommaso Berard, e gran maestro dal 1274 al 1291. Questi, oltre tutto, era cugino di Carlo I d’Angiò, suo sostenitore, suo consigliere, suo vice in molte circostanze. Fu lui il coordinatore di uomini ed azioni templari nell’Italia meridionale e in Oriente.
Guglielmo de Beaujeu fu sicuramente un paladino e un difensore strenuo di parecchie situazioni templari in Puglia, fino a quando non si trasferì nel 1276 in Oriente, per favorire i progetti di re Carlo I d’Angiò. Durante il suo magistero, infatti, egli chiese e ottenne il rispetto dei vari possedimenti di Ruvo, di Sannicandro, di Fiorentino di Gravina. Con tale atto, egli non esitò a porsi di fronte a Ludovico di Beaujeu, signore di Gravina, suo fratello o cugino, e comunque familiare dello stesso re Carlo, che, in più occasioni, intervenne per indurlo a rispettare le proprietà e i rispettivi confini dei possedimenti templari.
La nobiltà feudale, già numerosa e irrequieta fin dai primi tempi della conquista angioina, è cresciuta di numero e di audacia; gli ordini monastici si sono moltiplicati e i privilegi dei quali sono arricchiti più non si contano. I Templari hanno possedimenti in Puglia e in Campania e sono esenti da qualsiasi imposta, anche se soltanto oblati. A loro furono accordati i privilegi di esportazione e di esenzione dal diritto exituri, emanati dai re angioini; erano le loro galee che esportavano frumento, legumi. sale dalla Puglia per S. Giovanni d’Acri e Cipro, da dove importavano zucchero. Non si sottoposero al monopolio regio del sale, riuscendo a strappare da Roberto, duca di Calabria, l’esenzione che non aveva mai concesso ai Benedettini.
Alcuni documenti del 1270-1293 dichiarano l’esistenza di un cospicuo movimento di vettovaglie dalla Puglia verso l’Oriente. Grano, orzo, legumi erano prodotti protetti da una ferrea legge di esportazione, che solo il sovrano poteva autorizzare a determinati mercanti o esportatori e con speciali condizioni. I Templari costituivano sempre delle eccezioni, perché sostenevano in pieno la politica di Carlo I in Oriente, impegnato nelle crociate e nella politica di conquista ed espansione commerciale.
Carlo I d’Angiò, nel mese di febbraio 1270, ordinò al portolano di Puglia di redimere le vertenze tra i Templari e i mercanti di Fermo, Ancona e Venezia; nel gennaio 1271 autorizzò per 4 mesi, esportazioni esenti da ogni tassa; il 18 marzo 1271 ordinò al Secreto di Puglia di consentire ai Templari di portare a S. Giovanni d’Acri 2000 salme di frumento e di orzo da qualsiasi porto di Puglia; il 22 gennaio 1278 Nicola Frecze, maestro portolano e Secreto di Puglia, autorizzò frate Arnolfo della casa templare di Barletta, ad esportare 1000 salme di grano e 1000 di orzo; il 18 gennaio 1278 si autorizzò frate Gerardo templare di esportare da qualsiasi porto di Puglia 30 salme di legumi da portarsi in Ungheria; nel 1293 fu Carlo II che autorizzò fra Rinaldo de Varenis, vicario di Guglielmo Belloioco, gran maestro dei Templari, a portare nell’isola di Cipro 100 salme di frumento e 50 di fave.
La Puglia con le sue coste offrì ai Templari, basi ideali per le operazioni militari dirette in Palestina; l’entroterra divenne “il centro di una fitta rete di drenaggio di risorse alimentari, prodotte da un sistema polverizzato di casali, piccoli borghi, masserie, chiese e monasteri rurali”, tutte infrastrutture della macchina produttiva, predisposta per le crociate. Essi misero su santuari o chiese per dare la carica emotiva necessaria a quanti si accingevano a partire e a quanti si dovevano convincere a partecipare alla guerra antimusulmana; allestirono ospedali, mercati, porti, galee; acquistavano vettovaglie, animali e trasferivano verso l’Oriente.
La Puglia e la vicina Basilicata beneficiarono del commercio dei prodotti agricoli e degli allevamenti, stimolato e incentivato dagli ordini cavallereschi, che moltiplicarono, così, il numero dei santuari, dei lazzaretti, dei ricoveri per pellegrini. In queste regioni si reclutarono anche monaci guerrieri e crociati.
Quando i Templari occuparono le aree interne, favoriti dai re angioini, ebbero in dono ex territori benedettini, terre abbandonate, dotate di sorgenti, torrenti, villaggi rupestri. I luoghi furono antropizzati, le terre furono messe a frutto con investimenti e con la forza lavoro di pellegrini in transito. Le contrade pugliesi, in tal modo, si vivacizzarono con monaci e pellegrini che, provenienti da Roma, raggiungevano il santuario di San Michele del Gargano e, di qui, dopo tappe micaeliche o mariane, prefissate, raggiungevano i porti di Barletta, Trani, Bari, Brindisi per imbarcarsi alla volta di Gerusalemme.
A testimoniare il loro transito sul territorio gravinese, significativo risulta il toponimo “Curtem templi su via Cipriae”, attuale via dei “Pezzenti”, presso la diga del “Basentello”, posta ai confini dei territori di Genzano di Lucania, Spinazzola, Poggiorsini. La via “Cipro” nel 1197 risultava il tratto di strada che si innestava su quella proveniente da Minervino, Acquatetta, Paredano, Roviniero e, dall’incrocio del confine di Spinazzola e Genzano, si inoltrava nel territorio di Gravina attraverso le contrade “Cardinale-Capo-Posta, Aspro, Sgarrone, Lamacolma, Santa Teresa”, scendeva a contrada S. Stefano, (a Sud di Gravina) e si dirigeva verso Picciano-Matera, lungo il torrente “Gravina”. Su di essa transitavano pellegrini (forse nullatenenti e sprovvisti di ogni indispensabile) accolti, sostenuti, guidati e curati dai Templari, in cambio di corvè nelle loro terre, site lungo quel percorso. Quella via, ancora oggi, denominata dei “Pezzenti”, fu transitata anche da uomini e merci che sfuggivano agli oneri di pedaggio pagati sulla parallela statale.
I Francesi, venuti con Carlo I d’Angiò, pur continuando la tradizione sveva e rispettando le fiere già in vigore, favorirono la istituzione di nuove nundinae rerum venalium generales come avveniva in Francia con la consuetudine di farle iniziare 4 giorni prima della festa del Santo protettore e farle continuare 4 giorni dopo. I mercanti che si recavano alle fiere erano sotto la protezione regia, il commercio non doveva ledere gli interessi della Curia o delle Università e non sovrapporsi a date di fiere dei paesi vicini.
A Gravina, infatti, nel 1294 fu ripristinata la Fiera San Giorgio su richiesta degli amministratori dell’Universitas e per intercessione di Giovanni di Monfort. Il privilegio di ripristino stabiliva che l’appuntamento fieristico doveva svolgersi dal 18 al 23 di aprile.
Determinante fu l’intervento di Monfort e di parenti Templari, interessati a favorire anche le loro attività commerciali. Nella piana della chiesa dedicata a san Giorgio si fissò l’appuntamento del “grande emporio primaverile” per concentrare e commerciare i prodotti dell’annata precedente e comprare l’occorrente per la nuova campagna di lavori, di raccolti e semine; qui si calmieravano i prezzi del frumento, degli altri prodotti agricoli e pastorali.
Carlo II d’Angiò assecondò le richieste dei cittadini di Gravina, sostenute da Giovanni Monfort, loro signore, e concesse il privilegio di ripristinare le nundine di San Giorgio. Volle che esse durassero otto giorno: da 5 precedenti il 23 aprile, festività di S. Giorgio, a due successivi ad essa. Ordinò che la fiera si celebrasse ove erano soliti celebrarla i fondatori e predecessori, senza intaccare i diritti delle istituzioni pubbliche e quelli dei paesi vicini. Con lo stesso atto annunciò a tutti i paesi del Regno l’evento commerciale, invitò tutti i sudditi a parteciparvi e li obbligò, nello stesso tempo, a rispettare le sue volontà e la manifestazione stessa.
Nel 1294 Giovanni Monfort divenne patrocinatore, protettore e sostenitore della Fiera S. Giorgio, per la quale ebbe la prerogativa di eleggere il maestro di fiera. Un documento, datato Gravina 8 dicembre 1301, riporta l’inventario dei beni posseduti e gestiti dal Monfort, con tutti i diritti amministrativi, finanziari e giudiziari. Tra quest’ultimi rientrò il diritto di elezione del maestro di fiera, che fu ereditato e difeso dagli Orsini, duchi e padroni della città sino al 1810.
Alla morte di Monfort il feudo di Gravina ritornò alla Regia Curia, e da questa ad Isabella d’Angiò, sorella di Carlo II e regina d’Ungheria, rappresentata in terra gravinese da Uguetto di Bologna, vicario e procuratore, investito della carica di maestro giurato. Carica questa che attribuiva funzioni poliziesche e giudiziarie ordinarie e, in caso di fiera, funzione straordinaria da affiancare o sostituirsi al maestro di fiera
La fiera gravinese fu una delle tante fiere angioine, promossa da semplice mercato ad appuntamento economico di rilievo, per vendere grandi quantità e tante diversità di prodotti e animali, per esporre i bei cavalli murgiani, allevati nella masseria regia o marestalla, per calmierare i prezzi del grano e dei cereali.
Infatti, alcuni mercanti di grano, orzo e prodotti agricoli dichiararono nel 1271 che il prezzo del grano stabilito sui mercati di Gravina e Altamura era di 12 tari aurei per salma. Il documento non fa riferimento alla fiera, ma la data e l’oggetto riportati attestano implicitamente che si tratta di un dato economico riconosciuto nei centri di maggiore produzione di cereali, dove la vendita avveniva nel periodo di fiera (aprile), quando si stabilivano i prezzi da praticare per tutto l’anno e in tutto il Regno.
Giovanni Monfort ha il merito di aver ripristinato la fiera, mentre, i conti Pietro e Giovanni d’Angiò gli diedero impulso commerciale, economico, turistico e folcloristico. Questi gestirono la contea di Gravina dal 1302 al 1334 ed ebbero particolare cura e sorveglianza sulla “marestalla regia”, per gli allevamenti dei cavalli. I pregiati cavalli murgiani e altri animali delle masserie regie e private di Puglia e Basilicata si aggiunsero al fiorente mercato del grano, orzo, cereali e legumi.
La fiera di Gravina divenne il luogo e la circostanza più propizia per fornire la Curia Regia e la città di Napoli di tutte le derrate alimentari e dei giovani puledri. Da Gravina, infatti, venivano richiesti i cavalli migliori per la regia corte.
L’importanza, la vitalità, l’efficacia della fiera S.Giorgio è attestata da altre preziose fonti, in cui si legge a più riprese la presenza di mercanti fiorentini delle compagnie dei Bardi e dei Peruzzi, che in diverse circostanze prestarono soldi al signore Giovanni Monfort, acquistarono cereali ed animali, anticiparono soldi, si trovarono implicati in diversi contenziosi.
Da un dispositivo di Carlo II, datato 27 dicembre 1300, sappiamo che Lippo di Firenze, mercante della compagnia dei Bardi, era creditore di 100 once prestate al defunto Giovanni Monfort, signore di Gravina. Lippo e tal Lapo Blanco, mercanti fiorentini della stessa società dei Bardi, ebbero residenza stabile a Gravina o in Puglia, visto che compaiono in diversi negozi commerciali e giuridici.
L’affluenza di mercanti e feudatari nei giorni di fiera era notevole, perché si teneva una prestigiosa rassegna e si vendevano i cavalli non utili agli allevatori, alla Curia, al conte. Questi animali furono motivo di preoccupazione del re e del feudatario ogni volta che si mettevano in vendita ed in mostra alla fiera, per cui si ordinò la presenza del Giustiziere con un corpo di cavalleria armata, costituita da baroni e feudatari soggetti al servizio feudale.
La fiera era il momento cruciale per quantificare la portata economica del territorio, il potenziale di ricchezze dei cittadini. Essa era l’occasione per cogliere i massimi profitti della circostanza, per programmare le esportazioni e le importazioni. Qui si incontravano mercanti e merci, che frequentavano le fiere pugliesi, si pagavano i debiti precedenti e si contraevano altri, qui si confrontavano le culture produttive, i prodotti più qualificati, gli animali selezionati.
L’appuntamento economico di Gravina non fu “fiera franca” con gli Angioini, perché l’atto recita esplicitamente che le nundine “celebrentur... dummodo sine dispendio rei publice et preiudicio vicinorum”. Esse godevano come tutte le altre di speciali regimi fiscali, di particolare salvaguardia dello Stato. I giustizieri e i Secreti avevano il compito di sorvegliare le strade, proteggere mercanti, merci, animali in movimento. Al maestro di fiera era dato il compito di sorvegliare sui pesi e sulle misure, sulle monete, sui contratti. Erano servizi preziosi che bisognava comunque pagare mediante imposte generali ed imposte locali.
Nonostante fosse una fiera secondaria, gli interessi dei feudatari e dell’Università furono costanti, perché sul mercato di Gravina si trovavano determinati prodotti e, in particolar modo, grandi quantità di grano, animali ed il prezioso cavallo pugliese. Questo animale fu il protagonista della fiera San Giorgio, era diventato il fattore principale della “rivoluzione agricola” del Medioevo.
Il prestigio della fiera San Giorgio fu mantenuto alto in epoca angioina e si rafforzò con l’arrivo di Francesco Orsini, che riuscì a renderla “fiera franca”. Alfonso I su richiesta del conte di Gravina con privilegio del 23 ottobre 1436 concesse “licentiam ... in dicta civitate Gravine feram, seu nundinas tenere et servare possint absque solutione alicuius ...oneris, ... unicuique tam civi ... quam alieno liceat ad dictam civitatem ipsis derrantibus nundinis venire, esse, moran, negotiari et mercimoniare sine aliqua solutione introitus ... et exitus gabelle, fundici, datii“.
Queste esenzioni fiscali rilanciarono la fiera e la qualificarono in una duplice specificità: mercato di animali nella prateria antistante la chiesa San Giorgio, un mercato di cereali, e mercanzie all’interno delle mura tra “Porta San Tommaso e Piano dell’Erba” (da via Matteotti a piazza Benedetto XIII) . Questa seconda particolarità rese necessario l’istituzione di un regolamento, “ius baraccandi”, perché se ne avvantaggiarono il duca, il Capitolo cattedrale, l’Università. Costruire e fittare le baracche fu motivo di contrasti e contenziosi tra i tre beneficiari, che rovinarono, in più occasioni, l’armonia della fiera. I veri padroni di essa furono i duchi Orsini, che esercitarono il loro dominio mediante il maestro e ufficiali di fiera, magistrature riservate a loro.
La fiera di Gravina venne richiamata, ricordata e riconfermata in nuovi privilegi e provvedimenti delle autorità centrali e locali, preoccupate di mantenerla in vita e renderla economicamente produttiva. Significative furono le deliberazioni della Camera della Sommaria del 1634 e il real decreto di Ferdinando II Borbone del 1854, che ribadirono il diritto e privilegio, confermarono il suo calendario, tramandarono alle autorità postunitarie le prerogative di quell’evento storico-economico.
La fiera, nonostante i privilegi e la secolare pratica, fu oggetto di contrasti con la vicina città di Altamura, che volle celebrare la sua fiera San Marco nel mese di aprile e, precisamente, tra quella di S. Leone di Bitonto e la S. Giorgio di Gravina. Nacque un contenzioso tra le tre città, che approdò nel tribunale della Camera della Summaria. Ebbero ragione Bitonto e Gravina che conservarono le loro fiere. La vertenza giudiziaria produsse contrasti, tafferugli ma anche tanta rinomanza alle fiere di Bitonto e di Gravina, che entrarono nei calendari fieristici del tempo, nei Dizionari geografici ed economici del Regno di Napoli.
Dal XIII secolo ad oggi la Fiera San Giorgio è stata sempre celebrata con edizioni positive e non mancarono sospensioni in circostanze di epidemie.
Essa ha perso, con il tempo, certamente, la sua identità e peculiarità, che attirava avventori alla ricerca di cavalli, animali da allevamenti, prodotti, mostre campionarie e iniziative legate esclusivamente all’agricoltura e alla zootecnia. Caratteristiche che dovrebbero essere ripristinate e adeguate alle nuove esigenze sociali, commerciali, economiche, alimentari, culturali. Insomma: innovazione nel rispetto della tradizione e non trasformazione e distacco totale dal passato e dalle vocazioni territoriali.
L’Associazione Corteo Storico “Giovanni Monfort” dal 1996 ha impreziosito la manifestazione fieristica accompagnandola con la rievocazione del cerimoniale di apertura e chiusura, con scenografie, figuranti, giochi e tornei medievali, che danno vita ad un corteo e rappresentazioni di vita medievale.
Gravina, 16 aprile 2016 Fedele RAGUSO
RIPRISTINO DELLE RINOMATE NUNDINE DI GRAVINA
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11 Apr 2016
- Ultima modifica il Lunedì, 25 Aprile 2016 05:38
- Pubblicato Lunedì, 11 Aprile 2016 07:44
- Scritto da vincenzo varvara
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Grazie alla gentile collaborazione offerta dal Prof. Raguso Fedele questa redazione, in prossimità della 722^ Fiera "San Giorgio" che si svolgerà dal 20 al 25 p.v., farà rivivere la storia di questa campionaria. Si pubblicheranno diverse notizie che ci riporteranno ai tempi d'oggi.
Gravina con il suo esteso e vario territorio fu da sempre produttrice di materie prime e soprattutto di prodotti agricoli (cereali, legumi, vini), di allevamenti pregiati di animali domestici per carni, latte, uova, prodotti caseari, insaccati di carni di suini.
Riusciva a soddisfare le esigenze dei suoi abitanti ed esportava in gran quantità, dopo aver soddisfatto gli obblighi con il vescovo ed i sovrani di turno.
La fiorente economia indusse i produttori locali ad istituire mercati, trasformando qualcuno di questi in appuntamento di scambio autorizzato dalle autorità del regno per conseguire protezioni e benefici di ogni genere.
La fiera che si teneva annualmente in primavera (mese di aprile) serviva per vendere i prodotti dell’annata precedente e rinnovare le aziende di nuovi attrezzi, giovani animali da lavoro e da allevamenti. Insomma un momento di scambi commerciali e culturali che attirava commercianti e acquirenti da tutto il Mezzogiorno.
Testimonianze antiche dichiarano che sin dal V secolo dopo Cristo (scrive Cassiodoro nelle sue Varie) a Gravina confluivano allevatori, agricoltori, commercianti dalle regioni meridionali per beneficiare del mercato gravinese ove ogni prodotto veniva calmierato e venduto con tutte le garanzie assicurate dalle istituzioni locali e dal governo centrale.
Quel mercato visse e subì le alterne vicende che toccarono la Magna Grecia, lo Stato di Roma, l’Impero romano, le invasioni barbariche, il Regno di Sicilia, il Regno di Napoli, il Regno d’Italia. Comunque, la fiera ed i mercati di Gravina riuscirono a resistere e sopravvivere per tramandarsi sino ai nostri giorni.
Nelle altalenanti vicissitudini subì anche qualche battuta di arresto di breve e di lunga durata. Si trattava di minor afflusso di commercianti e ridotti scambi e guadagni. Per cui dopo il periodo di stanca delle dominazioni normanno - sveve la fiera riprese vivacità e importanza durante le Crociate, quando operarono i monaci guerrieri Templari, Gerosolomitani, Teutonici.
I cavalieri Templari furono i protagonisti del rifiorire e sviluppo della fiera (san Giorgio) gravinese che prese il nome della chiesa rupestre dedicata a San Giorgio, ubicata in luogo strategico del territorio circostante la città, atto ad accogliere uomini, animali, merci e di ogni genere.
L’avvento degli Angioini coincise con le dinamiche intraprendenze dei cavalieri Templari, imparentati con i re angioini e, oltretutto, detentori di alte cariche prestigiose e con deleghe commerciali per acquisire derrate e animali da esportare in Terra Santa.
Negli anni di regno di Carlo I e II d’Angiò, gran maestri templare di Puglia furono il loro parente Guglielmo de Beaujeux (Belloioco), cugino di Luigi Belloioco conte di Gravina. Nel 1294 frate Goffredo di Pietraverde, maestro dei Cavalieri templari di Puglia, fu un fervido promotore e sostenitore della supplica di ripristino delle Nundine unitamente al conte Giovanni Monfort, al sindaco De Vita e ai cittadini di Gravina.
.La fiera di Gravina fu per propizia ai Templari proprio per il periodo in cui si celebrava e per la possibilità di acquistare tutto ciò che serviva a buon prezzo e con le migliori qualità. Per tali ragioni si prodigarono a sostenere le richieste dei cittadini di Gravina per ripristinare le antiche Nundine con tutti i privilegi di garanzie ed esenzioni fiscali.
TESTO DEL PRIVILEGIO DI RIPRISTINO DELLE NUNDINE
(tradotto dal latino)
Barletta, 11 gennaio 1294, VII Indizione
“ Per l’Università di Gravina. … Fu scritto da Dacio Aldobrandini, Secreto di Puglia…
Da parte degli uomini di Gravina, nostri fedeli sudditi, fu esposto e chiesto alla nostra maestà quanto segue : « Gli uomini di Gravina da tempo immemorabile erano soliti celebrare le NUNDINE di aprile con i benefici e privilegi concessi dai nostri predecessori, cadute in disuso per le tante vicissitudini del Regno e della città. Il sindaco Nicola de Vito, gli eletti del governo dell’Università (Comune) e tutti gli uomini di Gravina supplicano la nostra maestà che siano ripristinate le nundine di San Giorgio che tanti benefici portavano agli abitanti di Gravina, a tutti i mercanti, a tutti i partecipanti »
“ Carlo II d’Angiò, per grazia di Dio, re eccellentissimo di Gerusalemme e di Sicilia, duca di Apulia, principe di Capua, conte di Provenza e Forcalqueri, nel nono anno del suo regno, rende noto a tutti quanti che, disposto alquanto benevolmente verso le richieste del vescovo Giovanni, di tutti presbiteri e degli uomini della città di Gravina con l’intercessione di Frate Goffredo di Pietraverde, maestro dei Cavalieri templari di Puglia e in considerazione anche dell’interessamento del signor Giovanni di Monfort, conte di Squillace e Montescaglioso, camerario del Regno di Sicilia, signore della terra di Gravina, in verità concede che le NUNDINE generali delle mercanzie si svolgano nel luogo che si chiama San Giorgio, fuori della stessa città di Gravina, dove in altro tempo si era solito tenere siffatte nundine, ogni anno nel giorno di San Giorgio, nel mese di Aprile, della durata di otto giorni, 5 naturalmente prima di detto giorno e due subito dopo, calcolando il giorno dello stesso Santo, nello spazio degli stessi otto giorni, purché si tenga conto di non arrecare danno alla cosa pubblica e senza pregiudizio dei vicini.
Ordiniamo ai Giustizieri di Terra di Bari e Basilicata e a tutti i capitani, loro sudditi che nei giorni delle nundine i nostri uomini d’arme proteggano tutti i mercanti che concorreranno con le loro merci ed animali da ladri e rapinatori. Vogliamo che alle nundine concorrano tutti i nostri sudditi principi, conti, baroni, cavalieri ove potranno ammirare i più bei cavalli della nostra marestalla e delle nostre masserie. Qui dovranno dar vita a gare di cavalleria e torneare per gran gaudio dei cittadini e di tutti i partecipanti. Perché la nostra concessione sia duratura ed integra nel presente e negli anni futuri ordiniamo che ogni contravventore sia sottoposto ad una ammenda di mille oncia d’oro” .
Gravina, 8 aprile 2016 Fedele RAGUSO
FIERA PRIVILEGI E STORIA
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15 Apr 2016
- Ultima modifica il Lunedì, 25 Aprile 2016 05:34
- Pubblicato Venerdì, 15 Aprile 2016 04:38
- Scritto da LA REDAZIONE
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La fiera San Giorgio di Gravina riprese vita e protezione istituzionale nel 1294 con apposito privilegio delle Nundine concesso da Carlo II d’Angiò su richiesta del conte Giovanni Monfort, del sindaco De Vita, dei cittadini di Gravina, del maestro tdei Templari di Puglia Pietro di Pietraverde.
Il primo privilegio di ripristino fu seguita da molti altri di regnanti del Regno di Napoli con lo scopo di riconfermare i diritti di fiera e arricchirla di agevolazioni commerciali e fiscali.
Privilegio di ripristino del 1294
"Noi Carlo II d'Angiò assecondiamo le richieste dei cittadini di Gravina, sostenute da Giovanni Montfort o Monfort, loro signore, nostro familiare e consigliere, e concediamo il privilegio di ripristinare le nundineW'W di San Giorgio. Vogliamo che esse durino otto giorno: da 5 precedenti il 23 aprile, festività di S. Giorgio, a due successivi ad essa. Ordiniamo che la fiera si celebri ubi alias consueverunt nundine fieri, celebrentur singulis annis..., c/ummodo fient absque dispendio rei pubblice et preiudicio vicinorum"(2'. Con questo privilegio, rogato e sancito con atto pubblico, Carlo 11,1'11 giugno del 1294 autorizzò i cittadini di Gravina, e, per essi, il conte Giovanni Monfort("), a ripristinare la Fiera San Giorgio con tutti i suoi privilegi, vantaggi e limitazioni. Con lo stesso atto annunciava a tutti i paesi del Regno l'evento commerciale, li invitava a parteciparvi e li obbligava, nello stesso tempo, a rispettare le sue volontà e la manifestazione stessa.
Il documento pone all'attenzione degli storici due espressioni importanti:
1. “nundine fient absque dispendio rei pubblico et preiudicio vicinorum “ - dispositivo di carattere giuridico e finanziario, che garantiva la pubblica amministrazione e i paesi vicini, che avrebbero potuto subire un danno per le entrate finanziarie, la prima, alle loro manifestazioni fieristiche, i secondi;
2. “ubi alias consueverunt nundine fieri" - dispositivo di natura storico-giuridica, che attesta la preesistenza della manifestazione economica nella prateria dinanzi alla chiesa di San Giorgio, sancisce la consuetudine (alias consueverunt) che aveva determinato la nascita e la celebrazione delle nundine.
I due elementi costituirono la parte centrale e sostanziale dell'atto e garantirono il re, che, pur fidandosi dei cittadini di Gravina e del suo familiare e consigliere Monfort, legiferò il ripristino, responsabilizzando i beneficiari nei confronti di terzi: la civica amministrazione, le città vicine.
L'atto di Carlo II, non potendosi suffragare di altro strumento giuridico rogato in precedenza, salvò i diritti dei terzi, con i quali non volle creare conflitti in quel momento di consolidamento del potere, teso all’assorbimento e rinnovamento degli apparati politici, amministrativi ed economici ereditati dagli Svevi e disposto a rispettare le antiche tradizioni locali. Infatti, considerò la consuetudine dei Gravinesi, che per bontà di altri avevano beneficiato di un mercato o fiera, interposta fra altre rinomate e riconosciute legalmente.
Mercati e fiere furono componenti importanti dei circuiti economici medievali, per cui le Università, i feudatari, i monasteri, le confraternite cercarono dì avere un appuntamento economico istituzionalizzato, favorito dalla protezione regia e da immunità fiscali. Era impossibile concedere fiere e mercati protetti a tutti i richiedenti, perché sarebbe stato di grave danno alle entrate regie, comunali e feudali e avrebbe aggiunto altre discordie tra comunità ed istituzioni cittadine. Ciò nonostante, Carlo II d'Angiò fu prodigo nel concedere privilegi di fiere e mercati nel suo Regno, che si aggiunsero a quelli federiciani e si intercalarono tra molti appuntamenti fieristici precedenti. Non bisogna dimenticare, però, che molti di essi ebbero vita effimera, altri decretarono la morte degli esistenti, alcuni sopravvissero e sono ancora fiorenti.
Le tante fiere, scrisse G. M. Galanti, furono un elemento sfavorevole nell'economia delle regioni meridionali, perché favorirono solo le importazioni e i mercanti fiorentini, veneziani, lombardi e stranieri. Tanto dimostrò il bilancio commerciale del Regno nel 1787: furono spe-si per le importazioni ducati 958.596, mentre le esportazioni fruttarono meno, ducati 60.098, era la conferma di un andamento negativo consolidato.
Il giudizio negativo e pessimistico di Galanti può essere condiviso solo in parte, perché è stato registrato e dimostrato da autorevoli storici e storiografi che le fiere favorirono gli scambi commerciali e con essi si diffuse la cultura, si migliorarono e specializzarono le produzioni, si determinò un progresso generale.
La fiera S. Giorgio di Gravina è una di quelle sopravvissute e si celebra puntualmente ogni anno in aprile dal 1294. La sua longevità, la sua continuità, la sua forza attrattiva si fondano sulle sue buone radici, costituite da fattori geocconomici, istituzionali e da particolari contingenze storiche.
Nel 1294 Giovanni Monfort divenne patrocinatore, protettore e sostenitore della fiera S. Giorgio, per la quale ebbe la prerogativa di eleggere il maestro di fiera. Un documento, datato Gravina 8 dicembre 1301, riporta l'inventario dei beni posseduti e gestiti dal Monfort, con tutti i diritti amministrativi, finanziari e giudiziari. Tra quest'ultimi rientrò il diritto di elezione del maestro di fiera, che fu ereditato e difeso dagli Orsini, duchi e padroni della città sino al 1810.
Alla morte di Monfort il feudo di Gravina ritornò alla Regia Curia e da questa ad Isabella d'Angiò, sorella di Carlo II e regina d'Ungheria, rappresentata in terra gravinese da Uguetto bolognese, vicario e procuratore, investito della carica di maestro giurato. Carica questa che attribuiva funzioni poliziesche e giudiziarie ordinarie e, in caso di fiera, funzione straordinaria da affiancare o sostituirsi al maestro di fiera.
La fiera gravinese fu una delle tante fiere angioine, promossa da semplice mercato ad appuntamento economico di rilievo, dove si ven-devano grandi quantità e tante diversità di prodotti e animali, dove si esponevano i bei cavalli murgiani, allevati nella masseria regia o mare-stalla, dove si calmieravano i prezzi del grano e dei cereali.
Alcuni mercanti di grano, orzo e prodotti agricoli dichiararono nel 1271 che il prezzo del grano stabilito sui mercati di Gravina e Altamura era di 12 tari aurei per salma'mm'. Il documento non fa riferimento alla fiera, ma la data e l'oggetto riportati attestano implicitamente che si tratta di un dato economico riconosciuto nei centri di maggiore produzione di cereali, dove la vendita avveniva nel periodo di fiera (aprile), quando si stabilivano i prezzi da praticare per tutto l'anno e in tutto il Regno.
Se a Giovanni Monfort si deve il ripristino della fiera, il rilancio economico, commerciale, turistico e folcloristico lo si deve ai conti Pietro e Giovanni d'Angiò. Questi gestirono la contea di Gravina dal 1302 al 1334 ed ebbero particolare cura e sorveglianza sulla “marestalla regia”, per gli allevamenti dei cavalli. Questi e altri animali delle masserie regie e private di Puglia e Basilicata si aggiunsero al fiorente mercato del grano, orzo, cereali e legumi.
La fiera di Gravina divenne il luogo e la circostanza più propizia per fornire la Curia Regia e la città di Napoli
di tutte le derrate alimentari e dei giovani puledri. Da Gravina, infatti, erano richiesti i cavalli migliori per la regia corte. Tanto è attestato daí documenti datati 1305-1310: Carlo II ordinò a Guglielmo de Coronato, vicario delle terre di Gravina del fu Raimondo Berengario, di pagare normalmente il marescalco e valletti collaboratori, così come aveva richiesto Perrotto de Pasca, sovrintendente e responsabile degli allevamenti dei cavalli; lo stesso re scrisse a Ruggero de Argentio, maestro delle arature e delle marestalle regie di Puglia, perché controllasse l'operato e le spese sostenute da Perrotto de Pasca presso la marestalla di Gravina; Roberto d'Angiò, duca di Calabria, ordinò ad Adamo Trincante di non ostacolare la vendita dei puledri nel mercato di Gravina, come era stato chiesto ai massari da Guglielmo de Coronato; Roberto ordinò al Giustiziere di Terra di Bari di esentare dalle tasse gli addetti agli allevamenti dei cavalli di Gravina; Roberto ordinò al responsabile della masseria e marestalla di Gravina di inviare 20 dei più bei puledri a Napoli e di vendere alla fiera prossima vettovaglie, stalloni, giumente, puledri, scrofe e maiali, che risultassero superflui agli usi delle masserie e degli allevamenti; Roberto ordinô a Giovanni Caracciolo, vicario e procuratore del feudo di Gravina, di inviare a Napoli 8 puledri dei migliori esistenti nella marestalla e di controllare la contabilità e l'operato di Perrotto de Pasca; il re rimosse dalla carica di maniscalco Perrotto de Pasca, affidando provvisoriamente la gestione della marestalla e gli stalloni a Riccardo, cantore di Gravina; Carlo II ordinò a Giovanni Caracciolo di affidare la marestalla a fra Michele, probabilmente ex templare ed esperto di allevamenti, il quale venne autorizzato a vendere gli ani-mali in esubero per ricavare il denaro necessario per gli stipendi; Roberto ordinò a Tommaso da Procida, vicario e procuratore dei conti Giovanni e Pietro di Gravina, di mandare a Napoli una buona quantità di grano e orzo, perché serviva per la corte dei suddetti conti'.
L’importanza, la vitalità, l’efficacia della fiera S. Giorgio è attestata da altre preziose fonti, in cui si legge a più riprese la presenza di mer-canti fiorentini delle compagnie dei Bardi e dei Peruzzi, che in diverse circostanze prestarono soldi al signore Giovanni Monfort, acquistarono cereali ed animali, anticiparono soldi, si trovarono implicati in diversi contenziosi.
Da un dispositivo di Carlo II, datato 27 dicembre 1300, sappiamo che Lippo di Firenze, mercante della compagnia dei Bardi, era creditore di 100 once prestate al defunto Giovanni Monfort, signore di Gravi na. Lippo e tal Lapo Blanco, mercanti fiorentini della stessa società dei Bardi, ebbero residenza stabile a Gravina o in Puglia, visto che compaiono in diversi negozi commerciali e giuridici"
Nel 1309 Gregorio, fratello di Giacomo II, vescovo di Gravina, fu costretto a vendere a basso prezzo una gran quantità di animali a Lapo, che si impegnava a rivendere quanto acquistato allo stesso prezzo. Il fiorentino non rispettò i patti e fu necessario l'intervento del re. Lo stesso Lapo si rifiutò di pagare ai baiuli la tassa dovuta per l'acquisto di vettovaglie e giumenti. Egli insieme a Lippo, si trovò implicato in altra vertenza col dominus Gregorio, che, non potendo pagare un debito, venne incarcerato e il figlio ucciso. Le società dei Bardi e dei Peruzzi risultarono creditrici in Gravina dei conti Pietro e Giovanni.
Nella città l'affluenza di mercanti e feudatari nei giorni di fiera, era notevole perché si teneva una prestigiosa rassegna e si vendevano i cavalli non utili agli allevatori, alla Curia, al conte. Questi animali furo-no motivo di preoccupazione del re e del feudatario ogni volta che si mettevano in vendita ed in mostra alla fiera, per cui si ordinò la presenza del Giustiziere con un corpo di cavalleria armata, costituita da baroni e feudatari soggetti al servizio feudale.
La storia e la storiografia sulle fiere non ha conosciuto e non ha mai preso in considerazione l'atto di ripristino della fiera S. Giorgio del 1294, emanato da Carlo II, non ha conosciuto gli importanti documenti innanzi riportati, per cui ha accreditato la sua origine all'epoca aragonese, attribuendole, oltre tutto, una scarsa valenza economica. La si fa risalire al 1436 quando, invece, ci fu la riconferma del privilegio di “fiera franca”, che Alfonso I d’Aragona aveva concesso a Francesco Orsini, conte di Gravina. Questi riuscì a far rinascere quello che era diventato un mercato consuetudinario, istituzionalizzò la fiera e la sincronizzò con quella di Bitonto e con tutte quelle che si svolgevano in Puglia.
Il privilegio di Alfonso II del 1494 confermò all'Università di Gravina tutte le grazie, gabelle, dazi, statuti, consuetudini, mercati e fiere, concessi e confermati dai predecessori: Giovanni d'Angiò, conte di Gravina; Giovanna II d'Angiò, regina; Alfonso I d'Aragona; Ferdinando I. Il contesto generale del documento si sostanzia delle donazioni angioine, che consentirono un regime fiscale regolamentato e delle agevolazioni, atti a favorire gli scambi commerciali sempre e, in modo particolare, in occasione della fiera.
Francesco Orsini, richiedente di tale privilegio, si preoccupò di far legiferare anche sui giorni da tenersi in armonia e gemellaggio con la vicina fiera di San Leone di Bitonto: questa doveva precedere quella di Gravina, che poteva iniziare le sue nundine il giorno dopo la chiusura di quella bitontina.
Con gli Orsini la fiera S. Giorgio fu organizzata, entrò nel circuito commerciale del Regno, venne qualificata e privilegiata per le contrattazioni dei cavalli e dei cereali. Negli apprezzi la fiera risulta tra le voci qualificanti per le sue buone entrate, che favorivano i signori, la Chiesa e i gravinesi.
Nel 1608 il tabulario Virgilio De Marino, stimando la città, ebbe modo di dare le ragioni che avevano generato la fiera S. Giorgio e le sue specificità commerciali ed istituzionali. La città di Gravina, scrisse De Marino, era luogo di transito dei Lucani, dei Calabri, degli Otrantini, dei Baresi, dei Pugliesi che si muovevano all'interno della regione o che si dirigevano verso il Nord. Vi transitavano coloro che dal nord della Pu-glia e delle regioni limitrofe si dirigevano verso il Sud. Nella città c'era un ufficio postale regionale. In essa accorrevano forestieri dai paesi lontani e vicini per vendere e comprare. Portavano dalla marina primizie e pesci, dalla montagna i frutti della Basilicata, riportandosi in cambio grano, formaggi e le tante mercanzie che si producevano. Tutto questo movimento commerciale si intensificava e si organizzava globalmente in occasione della fiera S. Giorgio, che iniziava il l’8 aprile e terminava il 27, governata dal maestro di fiera cittadino, eletto dal duca di Gravina.
Gravina, 14 aprile 2016 Fedele RAGUSO
“SAN GIUSEPPE - SS. ANNUNZIATA” NON SOLO RICORRENZE ONOMASTICA
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24 Mar 2016
- Ultima modifica il Giovedì, 24 Marzo 2016 14:27
- Pubblicato Giovedì, 24 Marzo 2016 14:27
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La Chiesa e i cittadini di Gravina tramandano e osservano le consuetudini religiose e popolari in onore di San Giuseppe, padre putativo, e di Maria Vergine Annunziata sua sposa e genitrice di Gesù per opera dello Spirito Santo.
I riti religiosi con rosari, preghiere, messe, processioni si ripetono da secoli per copioni ereditati e divenuti patrimonio culturale, soprattutto, delle comunità agropastorali del Sud Italia. A Gravina come altrove si tramanda la consuetudine degli altarini, dei banchetti, dei falò, delle ricette tipiche di San Giuseppe e l’Annunziata. C’è da ricordare e segnalare che le Confraternite hanno avuto ed hanno il compito di conservare, salvaguardare e tramandare tradizioni religiose e consuetudini popolari.
Le ricorrenze onomastiche e festive di San Giuseppe e dell’Annunziata costituiscono eventi religiosi importanti per la Chiesa Cristiana e per tutti i cristiani, accompagnati da antichissimi riti e consuetudini con radici precristiane.
Le ricorrenze del 19 e 25 marzo per San Giuseppe e “SS.ma Maria-Annunziata” costituiscono astronomicamente e meteorologicamente la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera con il nuovo anno produttivo. San Giuseppe e Maria Vergine Annunziata salutano il freddo inverno e inaugurano il ciclo primaverile delle feste religiose. Con le loro ricorrenze festive (19 e 25 marzo) si concludono i rigori invernali, stemperati dai fuochi sacri “nova nova - falò”, puntualmente allestiti e dati alle fiamme per riscaldare le freddi notti tra il 18 ed il 25 marzo, che pongono fine all’inverno e preludono le calde giornate della primavera.
San Giuseppe e S. Maria Annunziata, componenti e presidi emblematici della sacra famiglia sono stati oggetti di culto sentito perché a loro si chiedeva e si chiede di intercedere presso Dio che assicuri ogni benessere fisico e abbondanti raccolti.
Fedele Raguso

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