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Storia, Uomini e luoghi

9 maggio, il sacrificio di Aldo Moro e il sogno europeo della pace

Il 9 maggio è una data profondamente simbolica nella storia recente d’Italia. In quel giorno del 1978 venne ritrovato, in via Caetani a Roma, il corpo senza vita di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua uccisione, dopo 55 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse, segnò il culmine di uno dei capitoli più drammatici della Repubblica italiana.

Ma il 9 maggio è anche la data in cui si celebra la Giornata dell'Europa, dedicata alla nascita del progetto europeo fondato sulla cooperazione tra i popoli, sul superamento delle divisioni nazionali e sulla costruzione di istituzioni comuni capaci di garantire pace e stabilità. Una coincidenza dal forte valore simbolico, che lega idealmente la memoria di Moro ai principi fondativi dell’Europa unita.

Moro non fu soltanto un uomo politico che parlò di Europa e di pace: ne fu interprete e costruttore. La sua visione si manifestò in tutte le grandi questioni internazionali nelle quali l’Italia era coinvolta come membro della Comunità europea e protagonista nel Mediterraneo. Convinto europeista, vedeva nell’integrazione tra gli Stati uno strumento indispensabile per consolidare la democrazia, prevenire i conflitti e favorire la cooperazione tra i popoli.

Alla base del suo pensiero vi era la convinzione che, oltre le contrapposizioni ideologiche e politiche, esistessero bisogni comuni da condividere e difendere. Tra questi, la ricerca di una pace costruita “al riparo di ogni minaccia alla sicurezza” e fondata sul “comune bisogno e desiderio di cooperazione”. Una visione che anticipava molti dei valori oggi posti al centro dell’identità europea.

I principi ai quali Moro si richiamava erano quelli del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, della libertà di pensiero, di coscienza e di religione, della cooperazione tra gli Stati, della soluzione pacifica delle controversie e del rifiuto della forza come strumento di confronto politico. Valori che restano ancora oggi il fondamento del progetto europeo e che rendono la figura di Moro una delle più alte espressioni dell’europeismo italiano del Novecento.

“FIERA SAN GIORGIO” DI GRAVINA SORELLA GEMELLA DELLA “FIERA SAN LEONE DI BITONTO”

La Storia necessita sempre aggiornamenti, specialmente quando si trovano fonti (documenti) poco conosciuti e, soprattutto, dopo riletture e analisi approfondite di quanto è stato scritto e pubblicato in epoche precedenti.

Nuove indagini storiche relative ai “Benedettini Cistercensi” delle “Grance” (piccole aziende rurali con chiese), istituite nel territorio di Gravina, hanno accertato che i “Benedettini Cistercensi” gravinesi dipendevano dall’Abbazia Benedettina di San Leone di Bitonto, che beneficiava di protezioni, sostegni e consistenti donazioni dai “Marchesi Aleramici”, Feudatari, di Gravina negli anni 1140 - 1158. Quei Marchesi Feudatari sollecitarono gli Abati Benedettini di Bitonto ad istituire la “Fiera Commerciale”, che fu denominata “Fiera di San Leone” bitontina.   Detta fiera, risulta ben documentata e alquanto rinomata e attiva il 1197, (come attesta detto documento).

Senza ombra di dubbi, era stata istituita molti decenni prima, unitamente ad altre fiere bitontine settoriali, rinomate e frequentate da mercanti, visitatori e acquirenti.  

Gli stessi Marchesi Aleramici di Gravina chiesero ed ottennero dall’Abate Bitontino, pro tempore, che si istituisse una “Fiera Commerciale” anche a Gravina.

La fiera fu istituita e denominata “Fiera Agricola - Zootecnica San Giorgio” da celebrarsi nel mese di aprile con durata di 8 giorni (4 giorni prima e 4 dopo la festa di San Giorgio). Doveva iniziare, sempre ed esclusivamente, dopo la fine della “Fiera di San Leone” di Bitonto. 

Fu un proficuo gemellaggio che visse anni di gloria ma anche anni di crisi tali, che le oscurarono le celebrazioni e la loro fama per circa un secolo.

Il 1294, finalmente, l’abate dell’Abbazia Benedettina di Bitonto chiese al re Carlo II d’Angiò la rinascita e il rilancio della “Fiera di San Leone” con gli stessi privilegi che erano stati concessi dai sovrani e feudatari che favorirono gli scambi i liberi scambi commerciali precedenti.

Nello stesso anno 1294 i Benedettini gravinesi, unitamente alla popolazione e con la mediazione del gravinese Conte Giovanni Monfort chiesero al re Carlo II d’Angiò la rinascita della “Fiera San Giorgio”, rispettando i patti sottoscritti per la celebrazione delle “Fiere di San Leone” bitontina.

Questa nota storica, aggiornata, circa le predette fiere: precisa che la rinascita della “Fiera San Giorgio” di Gravina non fu richiesta dai “Cavalieri Templari” che, pur godevano del commercio dei prodotti agricoli di Bitonto e Gravina, ma furono i Benedettini Cistercensi bitontini e gravinese che avevano trasformato e resi coltivabili i territori da cui ricavavano cereali, vino, olio. L’agricoltura era accompagnata da allevamenti di animali da lovoro (buoi, cavalli asini), e , oltretutto necessari per l’alimentazione.

 

Raguso Fedele

Le nùndinae nel mondo romano, il caso Silvium

Fra due giorni aprirà i battenti la 732esima “Fiera San Giorgio”, il dott. Michele Laddaga ha inviato alla redazione alcuni cenni storici riguardanti le nundinae e la nostra Silvium. Pubblichiamo la prima parte:

Nel sistema economico romano i mercati periodici costituivano uno degli strumenti principali per collegare le città con il territorio rurale. Tra questi mercati rivestivano un ruolo fondamentale le nùndinae, giornate di mercato che si svolgevano con cadenza regolare nel calendario romano.

Il termine latino nundinae deriva, probabilmente, dall’espressione novem dies, che significa “nove giorni”.

Nel mondo romano esisteva una figura chiamata Nùndina, non era una grande dea del pantheon ma una divinità minore (numen) legata al ciclo dei giorni e ai riti domestici. Nundina era associata, soprattutto, al nono giorno dopo la nascita (per le bambine; mentre per i maschi era l’ottavo, detto: lustricus dies ). Al momento in cui il bambino riceveva il nome, veniva riconosciuto ufficialmente nella famiglia. Nundina era quindi una divinità legata al ciclico, alla nascita e all’integrazione sociale. Da qui il legame delle nundinae = ciclo di mercato, ogni 9 giorni, con Nundina = divinità del “nono giorno”; entrambi derivano da: novem + dies (nove giorni), legata, quindi, alla struttura temporale del ciclo e personificava il ritmo sociale del tempo, tipico della religiosità romana arcaica (più “funzionale” che mitologica). 

Le nundinae, oltre ad essere parte integrante della vita pubblica romana, contribuivano alla coesione sociale delle comunità locali.

Nei centri urbani minori, come Silvium, le nundinae avevano un’importanza ancora maggiore. In questi contesti il mercato periodico rappresentava spesso la principale occasione di scambio economico tra la città e il territorio circostante.

Silvium, rappresentava un caso specifico data la sua posizione strategica lungo la rete stradale dell’entroterra pugliese. Nel territorio dell’antica Silvium, nell’area di Gravina in Puglia, è stata rinvenuta un’iscrizione latina che menziona le nùndinae.

L’epigrafe, che oggi dovrebbe essere conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Altamura, rappresenta una testimonianza diretta circa l’organizzazione, a Silvium, dei mercati periodici nella città. (Recatomi, personalmente, presso il citato Museo, non vi è traccia dell’epigrafe e mi è stato comunicato che, probabilmente, sarebbe stata restituita alla città di Gravina e dovrebbe trovarsi tra i reperti depositati presso il convento san Sebastiano…).                                                                        

Le epigrafi relative ai mercati erano, spesso, collocate in luoghi pubblici frequentati, come il foro o le aree commerciali della città, in modo da essere visibili alla popolazione.

La menzione delle nundinae conferma che Silvium svolgeva una funzione commerciale importante nel territorio della Murgia.

Il mercato periodico consentiva, come detto, di collegare le campagne agricole, gli insediamenti rurali, le grandi proprietà agricole con la rete stradale romana.

E Silvium, in quei giorni, diventava, appunto, il punto di incontro tra produzione agricola e distribuzione commerciale.

 

 

MICHELE LADDAGA

25 Aprile, la memoria che inquieta il presente: il ritorno dei tempi di guerra e la nuova chiamata alla Resistenza

Il 25 aprile 2025 ha segnato una soglia simbolica e politica: ottant’anni dalla Liberazione dal nazifascismo. Una ricorrenza che non è solo celebrazione, ma radice viva della nostra identità democratica. È grazie a quella vittoria che oggi possiamo dirci liberi. Eppure, nel cuore dell’Europa e ai suoi confini, il fragore delle armi e il riemergere di tensioni internazionali riportano alla mente scenari che si pensavano consegnati alla storia. I tempi di guerra, che credevamo archiviati, tornano a farsi sentire, insinuandosi nel dibattito pubblico e nella coscienza collettiva.

In questo clima, l’appello dell’ANPI assume un significato ancora più urgente: “Una certa Resistenza non è mai finita; è tempo di resistenza, pacifica e collettiva”. Non un richiamo retorico, ma una sollecitazione concreta alla partecipazione, alla vigilanza democratica, alla difesa quotidiana dei valori costituzionali.

Il nostro 25 Aprile 2026 si carica così di una doppia memoria: quella della Liberazione e quella della nascita della Repubblica. Accanto alla fine della dittatura, ricordiamo la vittoria del referendum istituzionale, la conquista del voto alle donne, la formazione dell’Assemblea Costituente. Eventi che segnarono una frattura netta con il passato e aprirono la strada a un Paese nuovo, non solo diverso da quello fascista, ma anche da quello prefascista.

Il 1946 fu un anno fondativo, attraversato da una straordinaria energia civile. La partecipazione al voto raggiunse livelli altissimi, i partiti di massa divennero luoghi di elaborazione politica e sociale, le piazze si riempirono di cittadini animati da un obiettivo comune: costruire una democrazia più giusta. In quel contesto nacque la Costituzione, che ancora oggi rappresenta il pilastro della Repubblica, fondata sul lavoro e impegnata a ripudiare la guerra.

Ed è proprio questo principio, oggi, a risuonare con forza particolare. In un mondo attraversato da nuovi conflitti e da equilibri instabili, il 25 Aprile non è solo memoria, ma monito. Ricorda che la pace non è un dato acquisito, ma una conquista fragile, da difendere con responsabilità collettiva.

La Resistenza, allora, non è soltanto un capitolo chiuso della storia. È un’eredità che interpella il presente. Non più armata, ma civile; non più clandestina, ma pubblica; non più divisiva, ma unitaria. Una resistenza fatta di partecipazione, di diritti difesi, di democrazia praticata. Perché, se i venti di guerra tornano a soffiare, la risposta non può che essere un rinnovato impegno per la pace.

“dives multum grani et vini dat opulenta Gravina” La ricca e opulenta Gravina produce grandi quantità di grano e vino

Si avvicina l’appuntamento annuale che, da quasi due millenni, rappresenta uno dei tratti più distintivi della nostra città. Dalle antiche nùndinae romane alle vivaci fiere medievali, Gravina ha sempre occupato un ruolo di primo piano nel panorama delle manifestazioni fieristiche, affermandosi come luogo di incontro, scambio e crescita culturale ed economica.

In questo contesto, desidero condividere con voi la suggestiva descrizione di Gravina offerta da Lorenzo Giustiniani, storico napoletano dell’Ottocento, che seppe cogliere con sensibilità e precisione l’identità e il fascino del nostro territorio.

 Fu già detto di sopra essere il territorio Gravinese feracissimo nel grano  e vino , da potersele assai bene addattare quel verso di Ovidio: Terra ferax Cereris , multoque feracior ovis (La terra fertile di Cerere, e molto feconda delle pecore) e ricco quanto altro può servire all'umano mantenimento, e quindi i suoi naturali(ABITANTI) sono industriosi e commercianti. 

Una delle massime industrie è quella de 'formaggi, che vi riescono a cagione de ' buoni pascoli assai saporosi , e specialmente i cacicavalli, che fanno di una figura rotonda appellati melloni, o palloni, sono squisitissimi. L'industria degli animali è grande, e le razze de' cavalli si considerano le migliori della Puglia. Le paste, che lavorano di fina semola, son pure ottime, e finalmente vi lavorano un dilicato torrone, e sonovi più fabbriche di vasellami, che danno a quella popolazione un altro capo di guadagno.

Nel mese di aprile vi si fa una fiera,che passa per la più ricca del Regno, concorrendovi gran numero di mercadanti di più provincie.

Non ci manca della molta caccia di volatili, ma il terreno genera molte serpi velenose. Tra i volatili vi abbondano le cicogne, le quali distruggono tutti quei rettili, che possono offendere i lavoratori di campi. I nostri storici non han tralasciato di notare questa particolarità nel territorio di Gravina, e specialmente il Costo, ed il Mazzella, i quali avvisano di essere state imposte gravi pene contro colui che avesse ardito di uccidere uno di quegli uccelli, a' quali quel popolo molto dovea.  Nell'anno 987 Teofilatto Catapano di Bari vi si rifuggiò , e nel 999 essendo stato assediato dal Catapano Gregorio Tracamonte mandollo in Costantinopoli.  Si dice  che l'Imperador Federico II spesso vi si portava a cagion delle cacce , che vi etnea, e fra le altre quella de' falconi additando taluni anche il luogo , ove quel savio principe solea stanziare , e di averia destinata per luogo da tenervi i comizj generali delle provincie di Basilicata , di Bari, e di Capitanata due volte all' anno .

In oggi (1799) il numero de' suoi naturali (abitanti) ascende a circa 8000. La tassa del 1532 fu di fuochi (Famiglie)2245, del 1545 di 2761, del 1561 di 1864 , del 1595 di 2734. del 1648 dello stesso numero; e del 1669. di 1,160, avendo sofferta questa sensibile mancanza a cagione della pestilenza, e nel 1737 la tassa non sorpassò il numero di 1516 fuochi.

Rinverdire il passato, specie se glorioso, è sempre piacevole.

 

MICHELE LADDAGA

Le nùndinae nel mondo romano, il caso Silvium – seconda parte

Il dott. Michele Laddaga ha inviato alla redazione alcuni cenni storici riguardanti le nundinae e la nostra Silvium; martedì scorso pubblicammo la prima parte, oggi la seconda:

A Gravina in Puglia, come a Gioia del Colle-Monte Sannace, la notevole concentrazione di pesi da telai nei contesti abitativi, attestati tra il III e I sec. a.C., evidenzia attività laniere di incipiente romanizzazione e legate a esigenze avvertite su scala locale. Gravina, oltretutto ha sempre vantato una grande presenza di ovini equini, suini e bovini. La lana di Gravina oltre che abbondante era di primissima qualità e veniva venduta a Canosa, città dotata di grandi lanifici.                                                                                                                      

Per la notorietà dei prodotti lanieri prodotti in Apulia hanno, dunque, sicuramente, giocato un ruolo importante le fiere regionali e i mercati periodici: le nundinae[1].

Gli indices nundinarii, attestati per l’Italia romana, erano funzionali al commercio all’ingrosso delle principali produzioni specializzate e poste alla base del sistema economico locale e destinate ad ogni singola area regionale, in primis e per lo scambio con l’esterno.                                                                                                                I mercati, nell’Apulia, rientravano nella fascia dei circuiti di scambio tra regioni complementari, dal punto di vista geomorfologico e produttivo, come appare da una delle due liste dell’Index Allifanus che inserisce la Apulia nell’asse orizzontale Campania orientale-Sannio meridionale-Puglia settentrionale, i cui principali centri di nundinae sono individuati nelle città di Calatia, Beneventum, Nuceria,  Luceria Silvium ecc.

La Fiera san Giorgio di Gravina in Puglia, ripristinata da Carlo d’Angiò nel 1294, come la fiera di Lucera (1234), ripristinata da Federico II, devono la loro rinascita alle nundinae romane.

Per comprendere meglio il ruolo delle nundinae nel territorio di Silvium è utile immaginare come potesse svolgersi una giornata di mercato nel contesto di una città romana dell’entroterra pugliese.

Nelle prime ore del mattino gli abitanti delle campagne circostanti si dirigevano verso la città, percorrendo le strade rurali che collegavano i villaggi agricoli e le grandi proprietà terriere con il centro urbano. Molti di loro trasportavano merci su carri o animali da soma, portando prodotti agricoli destinati alla vendita.

Tra i beni più comuni presenti nei mercati romani si possono ricordare:

  • cereali
  • olio e vino
  • frutta e verdura
  • animali da allevamento
  • utensili agricoli
  • ceramiche e manufatti artigianali.

Nel caso di Silvium, così come succede, attualmente, per la fiera San Giorgio, la presenza della rete viaria favoriva l’arrivo di mercanti provenienti da altri centri della regione. Il mercato si svolgeva in uno spazio pubblico facilmente accessibile, probabilmente vicino alle principali vie di accesso alla città.

Durante la giornata di mercato non si svolgevano soltanto attività economiche. Le nundinae rappresentavano anche un importante momento di incontro sociale: gli abitanti delle campagne si riunivano per scambiare notizie, discutere questioni locali e partecipare alla vita pubblica della comunità.

Per le autorità locali le giornate di mercato erano inoltre occasioni utili per diffondere comunicazioni ufficiali o svolgere attività amministrative, facendo divenire le nundinae il momento più alto della coesione sociale della comunità.

 Sintetizzando, nella rete di siti archeologici: Silvium (Botromagno) rappresentava il centro urbano e il luogo del mercato periodico; Vagnari una grande tenuta imperiale con attività agricole e artigianali e San Felice un insediamento agricolo rurale.

In questo sistema le nundinae svolgevano la funzione di meccanismo di integrazione economica.

 

MICHELE LADDAGA



 

PER SILVIUM, LA VIA APPIA E’ STATA VITALE!

TUTTI I PENSIERI MIGLIORI VENGONO CAMMINATI (Nietzsche). “LA VIA APPIA È STATA PENSATA PER DURARE IN ETERNO, MA L’APPIA OGGI, IN MOLTI TRATTI, È SEPOLTA SOTTO PARCHEGGI, FERROVIE, STRADE ED ANCHE CENTRI COMMERCIALI”. Sono affermazioni del bravo giornalista Federico Quaranta, durante la puntata de IL PROVINCIALE, su RAI3. Affermazioni gravi quanto veritiere espletate in un servizio, bellissimo, dall’impatto molto positivo, di forte auspicio, o meglio, un ottimo spot, alla vigilia della scelta della capitale della cultura 2028, prevista per domani 18.                                    

Dispiace che non abbia centrato a pieno il tema della Via Appia, patrimonio che attraversa la storia della nostra città. Scrittori, greci e latini, hanno, più volte, menzionato Silvium e ad Silvianum, toponimi con i quali venivano identificati, rispettivamente, il centro cittadino e la stazione allocata sull’Appia.  Ad Silvianum era una statio molto importante visto che il console Silla, di ritorno dall’Asia, potette sostare, per oltre una settimana, nella nostra città.                            

Non so quando sia stato realizzato il servizio; probabilmente, Federico Quaranta non era aggiornato sugli ultimi sviluppi inerenti al tratto della via romana. Invece che fare scorrere immagini di routine della via consolare, avrebbe potuto inserire le carraie presenti nel territorio di Gravina.                                                                                               

Come, infatti, descritto, in altre circostanze, l’archeologa Caterina Annese, della Sovrintendenza di Bari, già nel novembre 2024, in un CONVEGNO tenutosi presso il ministero della Cultura, presente il sottoscritto, ufficializzava che, nel Parco di Bruno, vicino al cimitero, sono state trovate carraie appartenenti alla Regina Viarum, come da foto allegate. Sarebbe stato bello vedere queste immagini inserite nel servizio RAI, anche per inviare un esplicito messaggio a chi, incautamente, ha escluso Gravina dal riconoscimento Unesco.                                                

Dopo l’ESTENUANTE QUANTO ESALTANTE CAVALCATA, che si concluderà il 18 p.v., mi auguro che si ponga mano a questa ulteriore perla.  Il rientro nel tracciato UNESCO dell’Appia rappresenterebbe, per Gravina, la cornice ideale per la capitale della cultura 2028.          

Bisogna, comunque, dare merito all’amministrazione comunale e, in particolare, al sindaco Fedele Lagreca e all’ass. al patrimonio, Leo Vicino, per avere già acquisito, al patrimonio comunale, il Parco di Bruno che, ripulito, rappresenterà un punto di riferimento essenziale nel già ricco patrimonio turistico-archeologico di Gravina. Si immagini che, partendo dal parco di BRUNO, si raggiunge, direttamente, il pianoro Madonna della Stella: una stupenda passeggiata turistica.                    

Nel contesto, del servizio RAI, si è fatto cenno, anche, alla transumanza, fenomeno nato intorno al II secolo a.C., con l’assenso del governo di Roma, per assecondare le richieste dei popoli campani e abruzzesi che, nel periodo invernale, a causa delle abbondanti nevicate, non avevano di che sfamare le loro greggi. Nonostante le mille proteste delle popolazioni interessate, al popolo sannita venne concesso di trasferire, nel periodo invernale, le loro mandrie sulle colline della Puglia, raramente innevate. Gravina fu un centro transumante.                                                                 

Una piccola precisazione non guasta: la transumanza prediligeva i tratturi interni e non le grandi vie come l’Appia, anche per evitare furti, banditismo, scippi vari; tra l’altro, come oggi avviene per le autostrade, per attraversare l’Appia, si pagava il pedaggio, cosa alquanto gravosa per piccoli pastori. Nel periodo post-imperiale il destino di Silvium fu legato all’Appia; con l’abbandono dell’Appia, Silvium cadde nell’oblio. La transumanza sarebbe un argomento interessante da affrontare e perché no da scoprire e…. ripercorrere.  

 

Michele Laddaga