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Storia, Uomini e luoghi

PER SILVIUM, LA VIA APPIA E’ STATA VITALE!

TUTTI I PENSIERI MIGLIORI VENGONO CAMMINATI (Nietzsche). “LA VIA APPIA È STATA PENSATA PER DURARE IN ETERNO, MA L’APPIA OGGI, IN MOLTI TRATTI, È SEPOLTA SOTTO PARCHEGGI, FERROVIE, STRADE ED ANCHE CENTRI COMMERCIALI”. Sono affermazioni del bravo giornalista Federico Quaranta, durante la puntata de IL PROVINCIALE, su RAI3. Affermazioni gravi quanto veritiere espletate in un servizio, bellissimo, dall’impatto molto positivo, di forte auspicio, o meglio, un ottimo spot, alla vigilia della scelta della capitale della cultura 2028, prevista per domani 18.                                    

Dispiace che non abbia centrato a pieno il tema della Via Appia, patrimonio che attraversa la storia della nostra città. Scrittori, greci e latini, hanno, più volte, menzionato Silvium e ad Silvianum, toponimi con i quali venivano identificati, rispettivamente, il centro cittadino e la stazione allocata sull’Appia.  Ad Silvianum era una statio molto importante visto che il console Silla, di ritorno dall’Asia, potette sostare, per oltre una settimana, nella nostra città.                            

Non so quando sia stato realizzato il servizio; probabilmente, Federico Quaranta non era aggiornato sugli ultimi sviluppi inerenti al tratto della via romana. Invece che fare scorrere immagini di routine della via consolare, avrebbe potuto inserire le carraie presenti nel territorio di Gravina.                                                                                               

Come, infatti, descritto, in altre circostanze, l’archeologa Caterina Annese, della Sovrintendenza di Bari, già nel novembre 2024, in un CONVEGNO tenutosi presso il ministero della Cultura, presente il sottoscritto, ufficializzava che, nel Parco di Bruno, vicino al cimitero, sono state trovate carraie appartenenti alla Regina Viarum, come da foto allegate. Sarebbe stato bello vedere queste immagini inserite nel servizio RAI, anche per inviare un esplicito messaggio a chi, incautamente, ha escluso Gravina dal riconoscimento Unesco.                                                

Dopo l’ESTENUANTE QUANTO ESALTANTE CAVALCATA, che si concluderà il 18 p.v., mi auguro che si ponga mano a questa ulteriore perla.  Il rientro nel tracciato UNESCO dell’Appia rappresenterebbe, per Gravina, la cornice ideale per la capitale della cultura 2028.          

Bisogna, comunque, dare merito all’amministrazione comunale e, in particolare, al sindaco Fedele Lagreca e all’ass. al patrimonio, Leo Vicino, per avere già acquisito, al patrimonio comunale, il Parco di Bruno che, ripulito, rappresenterà un punto di riferimento essenziale nel già ricco patrimonio turistico-archeologico di Gravina. Si immagini che, partendo dal parco di BRUNO, si raggiunge, direttamente, il pianoro Madonna della Stella: una stupenda passeggiata turistica.                    

Nel contesto, del servizio RAI, si è fatto cenno, anche, alla transumanza, fenomeno nato intorno al II secolo a.C., con l’assenso del governo di Roma, per assecondare le richieste dei popoli campani e abruzzesi che, nel periodo invernale, a causa delle abbondanti nevicate, non avevano di che sfamare le loro greggi. Nonostante le mille proteste delle popolazioni interessate, al popolo sannita venne concesso di trasferire, nel periodo invernale, le loro mandrie sulle colline della Puglia, raramente innevate. Gravina fu un centro transumante.                                                                 

Una piccola precisazione non guasta: la transumanza prediligeva i tratturi interni e non le grandi vie come l’Appia, anche per evitare furti, banditismo, scippi vari; tra l’altro, come oggi avviene per le autostrade, per attraversare l’Appia, si pagava il pedaggio, cosa alquanto gravosa per piccoli pastori. Nel periodo post-imperiale il destino di Silvium fu legato all’Appia; con l’abbandono dell’Appia, Silvium cadde nell’oblio. La transumanza sarebbe un argomento interessante da affrontare e perché no da scoprire e…. ripercorrere.  

 

Michele Laddaga

L’ALBA SULLA GRAVINA

Gravina vive un momento particolarmente significativo della sua storia, segnato dalla candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2028, la cui proclamazione è attesa per il prossimo 18 marzo.

Un’occasione che Gianni Romaniello ha voluto celebrare dedicando alcuni suoi versi inediti, nei quali prende forma la bellezza sospesa tra il silenzio della pietra murgiana e l’incanto dell’alba antelucana.

Versi che nascono dalla luce che ogni mattina si posa sulla gravina e dal legame senza tempo che unisce questa terra al suo futuro:

S’apre il giorno sulla gravina.

Sospinta da una muta brezza,
l’alba risale con ritmo lento

nel grembo rupestre della forra
passando sotto le volte in tufo
del ponte acquedotto secolare.

 

Accarezza la vegetazione fluviale
sulle rive del torrente sorgivale.

L’orizzonte roseo e rischiarato
si raccoglie nel silenzio assorto,
che attutisce lo scroscio dell’acqua.

 

L’altopiano murgiano, brullo e vasto,
accoglie l’azzurro sui terreni calcarei,
con riflessi limpidi tra muretti perlacei.

Un falco grillaio s’alza in volo a planare

e perlustra le carsiche grotte arcane.

 

Intanto, un varco fra le gole compare,
tra terra natia e cuore contento

che sobbalza lieto e si compiace

all’incanto che lega cielo e pietra,

radici al futuro, protette dal tempo.

Le grotte preistoriche di Gravina in Puglia: un viaggio alle origini dell’uomo nella Murgia

Gravina in Puglia custodisce nel suo sottosuolo una delle testimonianze più affascinanti e antiche della presenza umana nel Mezzogiorno. Le grotte che si aprono lungo il profondo solco della gravina non sono solo un elemento paesaggistico di grande suggestione, ma rappresentano un archivio naturale che racconta una storia millenaria, capace di spingersi fino agli albori della civiltà.

Gli studi archeologici e le numerose evidenze di cultura materiale hanno infatti accertato che l’area murgiana, comprendente il territorio gravinese, già in epoca preistorica, offriva condizioni ideali per l’insediamento umano. I pascoli della Murgia, ricchi di selvaggina, la presenza di corsi d’acqua sorgivi, terreni fertili e una vegetazione spontanea fatta di piante selvatiche e lecci, costituivano un ambiente favorevole alla sopravvivenza di comunità troglodite che trovarono rifugio proprio nelle grotte del burrone.

In questo contesto si inseriscono le ipotesi che collegano Gravina e il suo territorio a una frequentazione antichissima, forse addirittura risalente all’epoca dei Neanderthal. Tra Altamura e Santeramo, lungo la Via APPIA, esisteva una statio denominata Sub- Lupatia. Le suggestioni linguistiche e toponomastiche, legate all’antica Lupatia, hanno condotto a individuare nel toponimo Lupatia il significato di “luogo di persone dalle vesti cenciose”, rimandano a una memoria collettiva che potrebbe aver conservato il ricordo di popolazioni arcaiche, percepite come “selvagge” o “barbare” dalle civiltà successive. Alcuni hanno paragonato questi esseri umani ai folletti Bragiola che vivevano presso il Lago di Sondalo.  Le “persone dalle vesti cenciose eponime di *Lŭpŏtăhₐ stanno all’Uomo di Altamura come i Bràgiola ai resti neanderthaliani di Erbonne (anteriori di cinquanta o sessanta millenni alla Tradizione Popolare documentabile sui Bràgiola)”.

Il celebre Uomo di Altamura, scoperto nel 1993 nella grotta di Lamalunga e datato tra i 128.000 e i 187.000 anni fa, rappresenta una delle testimonianze più straordinarie di Homo neanderthalensis al mondo che, d’altronde, hanno caratterizzato il territorio pugliese. A questo ritrovamento, infatti,  vanno affiancati quelli della grotta di Santa Croce, tra Bisceglie e Corato, e della grotta delle Mura di Monopoli, oltre alle tracce e impronte rinvenute sulle colline murgiane e nei pressi delle grotte della gravina.

Senza forzare interpretazioni anacronistiche, gli studiosi concordano nel ritenere che miti, tradizioni popolari e racconti tramandati dai popoli preromani – come i Messapi e i Peucezi – possano aver custodito, in forma simbolica, il ricordo di antiche presenze umane, almeno, una parte delle quali, geneticamente, discendenti dagli abitanti di lingua indoeuropea preistorica delle medesime regioni con la tradizionale presenza di Esseri Mitologici le cui caratteristiche appaiono, all’analisi dei professori, V. PESCE DELFINO, E. VACCA , , risalire fino ai Neanderthaliani (di certo vissuti ĭn lŏcō, millenni prima, e probabilmente rimasti fino ad avere un contatto con gli Antenati genealogici degli Indoeuropei locali).                                                                                                                        

Le grotte preistoriche di Gravina in Puglia, dunque, non sono solo cavità naturali, ma veri e propri luoghi della memoria. Spazi che raccontano una continuità di vita lunga centinaia di migliaia di anni e che oggi rappresentano un patrimonio storico, scientifico e culturale di valore inestimabile, capace di restituire alla comunità e ai visitatori la consapevolezza di trovarsi in uno dei cuori più antichi della storia umana nel Mediterraneo. Tutto ciò è stato possibile ricavarlo attraverso lo studio sui sostrati linguistici e i poleonimi, effettuato dei linguisti RIX  e D’Alessio.  (Tratto da uno studio, di prossima pubblicazione, dal titolo  L’Apulia e le influenze linguistiche   di Michele Laddaga)

POPOLI, CIVILTA’, CULTURE : APULIA, PEUCETIA, SILBION

Il dott. Michele Laddaga, storico attento e rigoroso, è autore di numerosi testi dedicati alla nostra Città, contributi preziosi che hanno permesso alla comunità di approfondire e riscoprire le proprie radici.

Dopo un ulteriore periodo di ricerche e un accurato studio delle fonti documentarie, ha recentemente portato a termine un nuovo, impegnativo lavoro: un volume che arricchisce e amplia in modo significativo il patrimonio di conoscenze finora acquisito, offrendo nuove prospettive e spunti di riflessione sulla nostra storia. L’opera è in pubblicazione e allora abbiamo fatto alcune domande all’autore.

D. Perché l’idea di questo libro

R. L’idea nasce nel lontano 2019 quando, dovendo effettuare una ricerca sull’Apulia, ho dovuto consultare diversi testi di illustri studiosi e ho notato che, ripetutamente, venivano citati i toponimi Gravina, Silbion, Silvium. Con la stesura del volume sulla via Appia, sono stato, quasi, costretto a rileggere quelle fonti e ho notato la ricchezza documentale sul tardoantico.   Prestigiosi  amici gravinesi, prima di me, hanno incentrato gran parte delle loro ricerche sulla storia di Gravina, ma, ritengo, che non vi sia, tuttora,  un’opera organica che abbracci   il periodo storico precedente a quello descritto da Nardone.

D. Cos’hai scoperto

R. Un mondo nuovo, totalmente, sconosciuto.  La  ricchezza delle fonti, la citazione sistematica di Gravina, quale centro di interesse nell’antichità; un mondo immane davanti agli occhi: popoli, civiltà, miti, culture che si sono avvicendati sul nostro territorio. Domenico Nardone, del quale dovremmo essere fieri, ha tracciato la storia medioevale e rinascimentale, fino all’Unità. La presenza dell’uomo sul territorio di Gravina è certificata nel neolitico, certamente dal 6.000 a.C. ed è certa la frequentazione dell’Homo Sapiens che è giunto in Europa circa  40.000 anni fa. Anche di questo si parla nel testo. Non è affascinante?

D. Poi che succede?

R. Nel neolitico l’uomo diventa più stanziale, si presume che la prima comunità di uomini si sia formata presso la città di Gerico in Palestina, nelle vicinanze del mar Morto, 10.000 anni fa circa, per poi espandersi in Europa. Gravina risulta essere la prima città della Puglia per stanziamento umano, presso casa san Paolo (Maricello) insieme a Coppa Nevigata nel Foggiano.

D. Poi la civiltà peuceta

R. Gravina durante il periodo peuceta era un grande centro della zona interna della Puglia, insieme a Monte Sannace ( Gioa del Colle). In quel periodo, chiaramente, si parla di villaggi contornati da altre realtà limitrofe che, amministrativamente, dipendevano dalla comunità regina, allocata sulla collina di Petramagna.   Tanti piccoli siti abitati da minuscole  comunità tra le quali possiamo citare: una nella zona di Altamura, Jazzo Fornasiello, il Garagnone, Santo Staso, Blera, Silutum e poi San Felice, Vagnari, Belmonte, Capotenda ecc.

D. Nel VI secolo arrivano i greci

R. La loro prima meraviglia fu la scoperta del vino: nelle nostre terre era già presente la bevanda divina che, smentiva, di fatto, la convinzione greca, circa la primogenitura di quella bevanda. Durante il periodo ellenico Gravina ha vissuto, probabilmente, il migliore e più florido periodo della sua storia, non a caso potette coniare monete autonomamente.

D. E i romani?

 R. Periodo controverso, di lì iniziò il declino fino alla quasi scomparsa nel V-VI secolo d.C. quando iniziò la ripresa grazie anche alle prime comunità cristiane.

D. Volendo sintetizzare, in particolare, su Gravina.

R. La bellezza della ricerca sta nello scoprire una nuova realtà; ho potuto rileggere con occhi diversi la storia. Silvium non è soltanto un sito archeologico o un toponimo attestato dalle fonti. È il punto in cui la stratificazione si rende visibile. È la soglia in cui l’ethnos indigeno incontra Roma, in cui la municipalizzazione si sovrappone alla cultura preesistente, in cui la crisi tardoantica ridefinisce gli equilibri insediativi senza annullare la memoria del luogo. Silvium è il territorio che resiste alle categorie. Silvium non è soltanto un sito del passato. È la prova che la storia, quando è letta nella sua lunga durata, non scompare: si trasforma. E, in questa trama,  Silvium continua a parlare.

Adesso Basta altrimenti il libro perde di valore. È stata un affascinante percorso durato sette anni che ha prodotto 900 pagine di storia. Ho diviso l’opera in due tomi, di uguale struttura;  nel primo viene descritta, sinteticamente, la storia apula e peuceta, nel secondo la meravigliosa avventura di Gravina.

Un’ultima domanda: vi è relazione con Gravina Capitale della Cultura?

Certamente no. Quando ho ideato quest’opera l’idea di partecipare al concorso per la capitale della cultura era inimmaginabile. Poi chi di dovere, se vorrà e lo ritiene degno potrà, anche, utilizzarla. Esperienze precedenti, dicono che, pur avendo prodotto testi utilizzati, anche, in corsi universitari, non hanno, purtroppo, attirato le attenzioni della politica  locale, mentre la parte regionale, si.  Il volume sula VIA APPIA, ha ottenuto un riconoscimento dal Ministero della Cultura, ma ignorato nella città. Mi  fa vanto l’avere constatato che nella relazione stesa dalla Prof.ssa Marchi, circa la via Appia, lavoro commissionatole dall’amministrazione comunale, sono l’unico autore gravinese citato. Mai come in questo caso Nemo propheta in patria.

DALLA POVLI SILBION A GRAVINA CAPITALE DELLA CULTURA

DIODORO SICULO, storico siciliano, dal quale abbiamo appreso che Gravina, nel 306 a.C., fu distrutta dai romani, in più occasioni, nelle sue opere, ha citato Silbion-Silvium, definita, in una circostanza, POVLI , epiteto, tipicamente, ateniese, attribuito ad una città che si autogoverna, caratterizzata dalla democrazia o isonomia, dalla parresia (diritto-dovere di dire la verità), dalla cultura, dall’aiuto dato ai supplici, dall’arte e quindi anche dalla bellezza e, in quanto tale, considerata da Roma, un’autorevole antagonista, al pari di altri pochi centri come Lucera, Venosa e l’ineguagliabile Taranto. In ciò risiedeva il motivo della forte acredine riversata, dai romani, su Silbion, considerata al pari dei sanniti.       

Rinverdire quei fasti è pura fantasia; è pur sempre lodevole lo sforzo di riviverli e/o emularli, seppure, in miniatura. L’idea di partecipare al concorso per la designazione a capitale della cultura va in questa direzione.   Chi non sarebbe fiero di una Gravina che, per un anno, rappresenti la cultura italiana? Le critiche denigratorie emerse, negli ultimi tempi, contro tale evento, le ritengo fumose e fuori luogo, figlie di quel malcostume gravinese, formulate, tout court, per meri e meschini giochi politici che, oltretutto, risultano deleteri per la città. Questa malversa consuetudine di guardare a qualsiasi iniziativa con diffidente stupore, prescindendo dalla sua bontà, è deleterio per la crescita individuale e collettiva di una comunità. Ho seguito e letto qualche intervento sui siti online locali, essendo, dichiaratamente, lontano dai social (prediligo la nostalgica comunicazione diretta) e ho potuto, ahimè, constatare che il virus è quasi letale. Raccapriccianti alcuni commenti; rimane il rammarico per quanto, infelicemente, riverberato sulla città e sui cittadini; ancor più, imperdonabile, se il dileggio venga propinato da chi riveste cariche   elettive.

Fatta la premessa, dato per scontato che è cosa buona concorrere per la capitale della cultura, diventa doveroso, da parte dei cittadini, perseguire questo traguardo con sincera condivisione, sotterrando la denigrazione; altrettanto lecito e opportuno è esprimere opinioni e suggerimenti circa considerazioni di carattere generale e modalità organizzative, con uno spirito costruttivo.                            

In campo comunale, sono stati avviati e appaltati qualificati progetti che vanno nella direzione del recupero e della valorizzazione e che ci auguriamo  possano costituire un ulteriore tassello a sostegno della candidatura: l’avviamento del progetto di recupero del parco archeologico, la valorizzazione del parco di Bruno, appena acquisito al patrimonio comunale, la sistemazione dei siti rupestri, il completamento del recupero del rione Piaggio, la rivalutazione del teatro Mastrogiacomo (Gravina non dispone di un contenitore culturale, teatrale, artistico). Di pari passo andrebbero recuperati o portati a termine: il sospirato Museo Civico (Gravina non ha un museo, la Fondazione Santomasi non è Museo!); il recupero della collina Petramagna, culla di civiltà e di numerose testimonianze funerarie una delle quali (ahimè abbandonata a se stessa) è un raro esemplare del mondo peuceta (soltanto Ruvo può vantarne una simile); l’avviamento della procedura per la tanto agognata piscina comunale, la sistemazione dei giardini e aree, pubblici. Da registrare, anche, una carenza di strutture ricettive: moltissimi b&b con assenza totale di strutture alberghiere; parcheggi inadeguati, servizi igienici datati e così via.             

Una riflessione più attenta avrebbe potuto consigliare uno slittamento della richiesta ed evitare una partecipazione affrettata e intempestiva, dati i tempi ristrettissimi; al di là della fase organizzativa, realizzare, in appena due anni, quanto sopra elencato, rappresenta un’impresa difficile o quasi impossibile. Vestiti, comunque, di cauto ottimismo, ci si augura, di vero cuore, di essere smentiti.                 

Il rientro di Gravina nel percorso Unesco dell’Appia sarebbe stato il suo fiore all’occhiello; non so quale effetto abbia prodotto la relazione consegnata dalla Prof.ssa Marchi a seguito dell’incarico espletato. Ad oggi tutto tace, ma non si deve desistere. Il caso della città di Latina è un’iniezione di fiducia e di speranza; esclusa, in prima istanza, dal riconoscimento Unesco, dopo appena un anno, a seguito di adeguata documentazione, ha ottenuto il reinserimento e adesso può ben dire di essere patrimonio Unesco- Appia! Sono già nati, in alcune città, i club Unesco-Appia, con l’intento di studiare e redarre progetti inerenti il percorso, mentre, pare, siano stati programmati i primi finanziamenti. In merito al tratto che interseca Gravina ho riportato, in più circostanze, per iscritto e verbalmente, quanto appurato dalla soprintendenza di Bari circa la cava che costeggia il tratto stradale che, da Santo Staso (Parco di Bruno) conduce al pianoro Madonna della stella; secondo gli studi recenti, effettuati dalla sovrintendenza, da questa cava sono stati estratti i blocchi per la costruzione delle mura di Silbion, V secolo a.C.!  Il recupero di detta cava sarebbe auspicabile, nonché opportuno e proficuo, e rappresenterebbe un ulteriore tassello nella corsa alla candidatura, ben coniugabile col forte impatto visivo e attrattivo sulla pronosticata valorizzazione del tratto della via Appia! oltre alla cava sono da recuperare le tombe che costeggiano la via. Matera la spinta propulsiva verso la vittoria è arrivata dalla sua presenza nel patrimonio Unesco!                                                                                 

Fornire le adeguate informazioni su quanto accade e sui lavori in corso, deve essere una costante se si vuole mantenere alta la tensione e l’entusiasmo dei cittadini. L’obiettivo capitale della cultura, per l’enorme visibilità che ricadrebbe sulla città, specie in un momento di appiattimento nel flusso turistico dev’essere sostenuto coi denti e col cuore. La cautela e la ponderazione, (fa bene a tutti), devono essere le armi migliori nella programmazione come nella scelta dei collaboratori in generale. Affermava un noto politico-filosofo del secolo scorso: cambiare il mondo significa, anche, interpretarlo; l’interpretazione costa fatica, oculatezza, perspicacia e disincanto (specie politico) e… pazienza. Esempio? In fase di scelta finale per l’individuazione dei siti allocati lungo la via APPIA, rientranti, ufficialmente, nel patrimonio UNESCO, Gravina, a differenza di altre realtà, è risultata orfana dei tecnici che avrebbero dovuto, adeguatamente, supportare e illustrare le ragioni storiche e topografiche della candidatura! si era nel 2022. Lungi da me voler attribuire colpe e responsabilità, però gli errori costano tanto. Gravina auguri e buon viaggio!

MICHELE LADDAGA

Il Giorno del Ricordo, la memoria che interroga il presente della guerra

Il Giorno del Ricordo è una solennità civile della Repubblica italiana dedicata alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Viene celebrato ogni anno il 10 febbraio ed è stato istituito ufficialmente nel 2004, al termine di un lungo e complesso percorso politico e culturale. Per decenni, infatti, la tragedia del confine orientale è rimasta ai margini della coscienza collettiva nazionale: poco presente nei manuali scolastici, raramente affrontata nel dibattito pubblico, spesso schiacciata dalle contrapposizioni ideologiche del secondo dopoguerra. Solo con il tempo è maturata la consapevolezza che quella pagina di storia, dolorosa e divisiva, non potesse più essere rimossa senza impoverire la memoria democratica del Paese.

La legge istitutiva chiarisce con precisione le finalità della ricorrenza: non una celebrazione identitaria né una lettura strumentale del passato, ma un impegno pubblico a riconoscere e rinnovare la memoria di una tragedia che coinvolse migliaia di italiani. Uomini, donne e bambini furono uccisi o costretti all’esilio in un contesto segnato dal crollo degli Stati, dalla violenza bellica e da un duro conflitto politico e ideologico. Il riferimento è sia alle vittime delle foibe sia a coloro che, tra il 1945 e il 1956, abbandonarono le proprie case per non vivere sotto il nuovo regime jugoslavo, pagando il prezzo altissimo della perdita della propria terra, della propria identità e spesso della propria dignità.

Oggi, mentre l’Europa e il mondo assistono nuovamente a conflitti armati che producono morti civili, deportazioni, profughi e confini ridisegnati dalla forza, il Giorno del Ricordo assume un significato che va oltre la dimensione storica. Le immagini delle guerre in corso, dei civili in fuga e delle minoranze travolte dalla logica delle armi rendono drammaticamente attuale il legame tra passato e presente. Ricordare le foibe e l’esodo giuliano-dalmata significa allora interrogarsi sulle conseguenze estreme della guerra e dei nazionalismi, sulla fragilità dei diritti quando prevale la violenza, e sulla responsabilità delle istituzioni democratiche nel custodire la memoria come strumento di prevenzione. Non solo per rendere giustizia alle vittime di ieri, ma per comprendere meglio le tragedie di oggi e provare, almeno, a non ripeterle.

GUGLIELMO IL GROSSO VICECONTE DI GRAVINA

A conclusione della XXIII edizione di “Historia” continuiamo a dare alcune notizie del periodo riguardanti la nostra Città.

Guglielmo, detto il Grosso, fu uno dei feudatari di Laurenza del Giustizierato di Potenza, partigiano degli Svevi e stretto collaboratore di Manfredi. Egli fu sicuro discendente di altro Guglielmo, figlio di Matteo di Tito, vassallo di re Guglielmo di Sicilia, signore e conte di Laurenzana (1154) come attestato dal Catalogo dei Baroni.

Egli è passato alla storia per essere stato uno dei più accaniti congiurati antiangioini e sostenitore di Corradino di Svevia. La sua fama si è rese ancor più evidente grazie ai suoi ruoli di feudatario di Laurenzana e, soprattutto, di viceconte di Gravina per volere di Manfredi di Svevia, figlio di Federico II, che il 17 dicembre 1250 ereditò, tra l’altro, la contea gravinese.  

Questa notizia la rileviamo da un atto pubblico con cui papa Alessandro IV restituì a Filippo di Santa Croce il feudo di Canne ed il casale di S. Eustachio, fatta da monsignor  Giovanni Buono, vescovo di Ancona e vicario del Giustizierato di Barletta e Otranto, che Manfredi aveva ricevuto dal padre Federico II unitamente al feudo di Gravina, che, lo stesso Manfredi, aveva donato a Guglielmo il Grosso suo fedele sostenitore (1255 gennaio 28, Roma – Laterano).

Manfredi, divenuto reggente del regno di Sicilia e in lotta con il papa e i guelfi Angioini, nominò suo viceconte Guglielmo il Grosso, affidandogli la contea di Gravinadopo aver spodestato Gugliemo Toscano.  Il viceconte governò il feudo gravinese dal 1251 sino al 1268, anno della sua morte come congiurato contro Carlo I d’Angiò.

Alcuni documenti raccolti nei Registri della Cancelleria Angioina riportano i dettagli- dei “Fatti di Potenza accaduti il 1268” e tutti i nomi dei congiurati della Basilicata:

“ ….. Il nuovo giustiziere di Basilicata trova una situa­zione insostenibile. Gli uomini più rappresentativi del Giustizierato si erano schierati contro gli Angioini. …I paesi (a sud di Potenza) erano rimasti fedeli agli Angioini, nei centri abitati del versante tirrenico si armavano uomini per domare i ribelli nei centri dell'alta Calabria: i fratelli Giacomo, Riccardo e Roberto da Lauria, al comando di armati del loro paese, parteciparono a fatti d'armi, espugnando il castello di Laino che, ribellatosi agli Angioini, era passato ai fautori di Corradino.

Guglielmo il Grosso fu l’ultimo feudatario svevo di Laurenzana, fedele a re Manfredi sino all'epoca della famosa rivolta antiangioina del 1268, conclusasi tragicamente in Basilicata coi fatti di Potenza, ove fu ucciso insieme agli altri congiurati filosvevi.

A Guglielmo subentrò nel possesso del fendo Annibale Trasimundo di Roma, dando vita al periodo della dominazione angioina a Laurenzana.

 

Prof. Fedele RAGUSO