Storia, Uomini e luoghi
Quando Ratzinger si fermò a Gravina
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09 Ott 2016
- Ultima modifica il Domenica, 09 Ottobre 2016 06:55
- Pubblicato Domenica, 09 Ottobre 2016 06:55
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La sera di quel 9 ottobre 1988, esattamente 28 anni fa, deve essere segnalata come una data importante per la nostra storica cittadina. Il cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sia pure di passaggio, fece tappa a Gravina. (A Franco Santamaria, va il nostro grazie per averci fornito la documentazione fotografica). La sua presenza non fu casuale, ma di ritorno dal santuario di Picciano, dove aveva celebrato solennemente la santa messa per la chiusura dell’Anno Mariano, e prima di raggiungere l’aeroporto di Bari-Palese, il cardinale prefetto si fermò ai piedi della stessa Vergine, per benedire la nuova statua , fatta realizzare dal benedettino olivetano, padre Alfonso Serafini, su iniziativa dello Juventus Club Club “Solo Noi”, e posta dove, da sempre, era collocata: all’incrocio tra la strada per Matera e quella che porta ad Irsina, nei pressi del cimitero. Il cardinale Ratzinger, fu accompagnato da mons. Ennio Appignanesi, arcivescovo di Matera, da mons. Tarcisio Pisani, vescovo della Diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e dal padre rettore di Picciano, padre Ugo Panebianco. Ad accogliere l’illustre ospite, il presidente del sodalizio sportivo, Giuseppe Massari, che rivolse il suo indirizzo di saluto e di gratitudine al porporato per la prestigiosa presenza nella città che aveva dato i natali a papa Benedetto XIII. La sua presenza in mezzo a noi, quella sera, fu fugace, rapida, quasi un sogno, ma intensa. Indimenticabile, ricca, preziosa, edificante nella semplicità di quel linguaggio che lo ha sempre contraddistinto. Questo articolo non è solo un ricordo, ma una vera testimonianza verso colui che, successivamente, è stato Capo della Chiesa Universale ed attualmente papa emerito, giunto, ormai, alla soglia dei 90 anni. Una testimonianza verso un gigante teologico della Chiesa cattolica, un letterato, un brillante docente universitario, un papa forte e coraggioso che ha saputo guidare la Navicella di Pietro tra incomprensioni, solitudini, marosi, ma con lucidità, chiarezza, limpidezza, rigore, lungimiranza profetica. A questo uomo di fede e di preghiera, incompreso da certa stampa, da certi ambienti politici e religiosi, vogliamo innalzare la nostra deferente riconoscenza per il servizio prestato alla Chiesa di Cristo; la nostra preghiera perché egli sempre ci benedica e ci protegga e protegga questa nostra città. Per un dato anagrafico incontrovertibile non abbiamo conosciuto i martiri del passato, quelli che hanno fatto grande la Chiesa. Per le stesse ragioni anagrafiche, possiamo dire di aver conosciuto un martire dei nostri giorni. E’ stato papa Ratzinger. Così lo abbiamo voluto ricordare, così lo ricorderemo sempre.
34 anni fa l’ingresso a Gravina e in Diocesi di mons. Pisani
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27 Set 2016
- Ultima modifica il Mercoledì, 28 Settembre 2016 05:42
- Pubblicato Mercoledì, 28 Settembre 2016 05:42
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Era il 28 settembre del 1982, vigilia della festa patronale di san Michele Arcangelo, quando mons. Tarcisio Pisani, eletto vescovo della Diocesi di Gravina il 28 giugno, dopo essere stato consacrato vescovo il 12 settembre, presso il santuario di san Francesco da Paola, fece il suo ingresso nella nostra città. (foto 1) Fu l’ultimo vescovo ad essere nominato alla sede vescovile di Gravina, perché il 1986, a solo quattro anni esatti dal suo ingresso, subentrava, improvviso ed inaspettato, il decreto che, di fatto, sopprimeva l’antica Diocesi di Gravina, assegnando il titolo ad una città che era stata solo e sempre prelatura, con il nuovo titolo giuridico: Diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti. Senza ritornare su questa triste e dolorosa pagina di storia, di cui ci siamo già occupati precedentemente, vogliamo ricordare l’accoglienza festosa che fu riservata al novello pastore giunto per unirsi alla coralità festiva dei gravinesi nei giorni dedicati al suo santo patrono e protettore. I gravinesi lo ebbero subito nel loro cuore, come nel cuore di mons. Pisani entrò l’intera città, soprattutto i bambini, gli ammalati, i sofferenti, i bisognosi e gli anziani. Con queste caratteristiche si tuffò nel suo lungo ed intenso ministero episcopale, fino a quando morte non lo colse, il 14 marzo del 1994, presso l’Episcopio di Gravina, mentre trascorreva il suo periodo di convalescenza a seguito di alcuni problemi cardiaci che lo avevano colpito, riducendo la sua fibra ma non il suo spirito. Ricordiamo che la sera precedente la sua morte, stette a colloquio con Mons. Crescenzio Sepe, assessore per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, giunto a Gravina per l’ordinazione diaconale di don Andrea Ferrante. Tornando con la mente a quel famoso 28 settembre di trentaquattro anni fa, va ricordato che la sua prima tappa fu la chiesa di san Domenico da dove parti, successivamente, il corteo processionale che giunse in cattedrale accolto dal poderoso Ecce Sacerdos, eseguito dal coro diretto da don Luigi Sanseverino Gramegna. I primi saluti di rito, le prime parole del novello vescovo che presiedette i Primi Vespri in onore di san Michele. La mattina della festa, il solenne primo pontificale nella cattedrale, con un bagno di folla misto a curiosità, fede, devozione e riconoscenza per i doni che la giornata divina offriva: la festa patronale e l’arrivo del nuovo ordinario diocesano. Prima che si snodasse la processione con il simulacro di san Michele, (foto 2) ci fu la recita solenne dei Secondi Vespri, la consegna delle chiavi e la processione lungo le vie principali della città tra ali di popolo festante, gioioso e grato.
Giuseppe Massari
PRODIGI DI SAN MICHELE ARCANGELO
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04 Mag 2016
- Ultima modifica il Mercoledì, 04 Maggio 2016 09:29
- Pubblicato Mercoledì, 04 Maggio 2016 09:29
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Il culto di “San Michele delle Grotte” di Gravina giunse, direttamente, dal Gargano, importato dai Longobardi con tutte le storie delle apparizioni dell’Arcangelo e i riti sacri che ne scaturirono e si perpetuarono.
La popolazione gravinese accolse con profondo sentimento di fiducia la protezione di San Michele che aveva dato certezze di protezioni e miracoli sia ai Longobardi e Sipontini, sia a molti devoti bisognosi. Fiducia e devozione si radicarono profondamente tanto da attribuire all’Arcangelo Michele suoi interventi miracolosi legati a reali eventi storici, quando la città e i suoi abitanti scamparono a pericolosi momenti tragici verificatisi in tre momenti distinti di storia locale (977, 1734, 1799). Gli scampati pericoli furono attribuiti alla protezione di San Michele.
Nel 1734, si raccontò: il comandante dell’esercito austriaco che assediava la città, ebbe in sogno l’apparizione di S. Michele che gli ordinò di non assalire la città e di non far male ai suoi abitanti, a lui (a S. Michele) prediletti e protetti. San Michele, infatti, nel 1674 fu riconosciuto protettore principale di Gravina per meriti miracolosi.
Il 1674 monsignor Domenico Cennini, vescovo di Gravina, sollecitato dal popolo, dal clero, chiese ed ottenne da Papa Clemente X (10 marzo 1674) il riconoscimento di San Michele Arcangelo come protettore e patrono principale della città.
Marcello Cavalieri (1690-1705), vescovo di gravina, fu devotissimo di San Michele e strenuo difensore del culto micaelico, per cui scrisse Il pellegrino al Gargano. L’opera riporta tutta la storia di S. Michele con le memorabili apparizioni, con dovizie di particolari e circostanze. Tutto ciò sollecitò ed alimentò la fantasia dei cittadini tanto che, in ogni circostanza di scampato pericolo, riconoscevano una apparizione e protezione di S. Michele.
Nel 1727, monsignor Ferrero con un editto ricordò e consacrò l’intervento protettivo del Santo perché aveva custodito la città, gli uomini, gli animali, i campi da continui fulmini e temporali. Per questo e per altre azioni salvifiche invitava a pregare e ringraziare S. Michele.
1. Primo episodio (977)
I Saraceni assediarono la città, governata dai Longobardi di Pandolfo Capodiferro. Questi, che si trovava nei dintorni di Bovino, Ascoli e Venosa, mandò aiuti a Gravina costringendo l’emiro Abù al-Quàsim a togliere l’assedio. L’emiro, nel frattempo, conscio dell’arrivo dei Longobardi di Pandolfo, venne a patti con i Gravinesi. Essi stanchi del lungo assedio, delusi dalle inutili sortite contro gli assedianti, sfiduciati di ricevere aiuti, pagarono una grossa taglia per evitare saccheggi e distruzione.
Il pericolo fu scongiurato all’inizio di maggio del 977. La fantasia del popolo, alimentata dal fatto che i Longobardi avevano fatto di S. Michele il loro santo protettore, portato sui loro vessilli militari, attribuì a San Michele delle grotte in “Fondovito” il miracolo. La protezione cadeva nell’approssimarsi del giorno 8 maggio, ricorrenza memorabile dell’apparizione al Gargano (490).
2. Secondo episodio (1734)
Gli Austriaci, in guerra con gli Spagnoli, assediarono Gravina filospagnola con un esercito di 6.500 uomini. La popolazione riuscì a resistere all’assedio sino a quando giunsero gli Spagnoli, che misero in fuga gli assedianti. Lo scampato pericolo fu attribuito a S. Michele, in base ad una singolare leggenda. Si raccontò che, durante la notte del 19 maggio 1734, un Santo guerriero (San Michele) fosse andato in sogno al comandante austriaco ordinandogli di togliere l’assedio e lasciare incolume la città. Questi, la mattina del 20, protetto da bandiera bianca chiese di entrare in città, e dopo aver raccontato la storia della visione ai difensori e al vescovo di Gravina, fu portato in cattedrale dove riconobbe in S. Michele il guerriero apparso in sogno. Pertanto, dopo essersi prostrato, lasciò in dono l’elmo d’argento, la spada e la lunga catenina d’oro che portava al collo.
Questa seconda protezione ebbe maggior eco e rimase più radicata: infatti l’evento fu siglato in un Inno a S. Michele, composto da Domenico Marchetti, musicista e compositore di Gravina. L’inno é ricordato e cantato da anziani, particolarmente devoti.
3. Il terzo episodio (1799),
Siamo anche questa volta nel maggio 1799, in occasione dei fatti della Repubblica Partenopea, quando i Sanfedisti capeggiati dal cardinale Ruffo imperversano per le contrade della Murgia. Questi, dopo aver sbaragliato le opposizioni dei rivoluzionari repubblicani, entrarono in Altamura saccheggiandola e uccidendo gli inermi superstiti. I governanti di Gravina, sconvolti da tale evento, per scongiurare una simile sorte, inviarono al cardinale Ruffo una delegazione, capeggiata dal signor Saverio Meninni, fedele alla monarchia, che riuscì a convincere il cardinale ed il suo seguito di risparmiare Gravina.
Si credette al miracolo micaelico. Il Santo fu immortalato con la dedicazione di quella porta che avrebbe visto entrare il cardinale Ruffo e i suoi scalmanati seguaci. Porta Reale (già S. Tommaso) divenne porta S. Michele proprio nel 1799, e sulla facciata destra dell’ingresso fu realizzata una nicchia, che accolse la statua del Santo, e sotto di essa fu riportato il memorabile anno 1799. Questa data si trova anche sui pilastri e su alcune pareti della grotta-chiesa S. Michele.
Gravina 2 maggio 2016 Fedele RAGUSO
La festa di “San Michele delle Grotte a Fondovito” Storia di pellegrinaggi, di consuetudini, di innovazioni
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07 Mag 2016
- Ultima modifica il Sabato, 07 Maggio 2016 07:03
- Pubblicato Sabato, 07 Maggio 2016 07:03
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La Festa di “San Michele delle grotte a Fondovito” di Gravina in Puglia ha radici profonde e sicuramente risale all’ VIII – IX secolo, quando la città fu raggiunta e infeudata dai Longobardi. Questi, infatti, furono i primi a patrocinare l’evento miracoloso di San Michele apparso alla Sacra spelonca del Gargano, verso cui iniziarono i pellegrinaggi micaelici dal 492 dopo Cristo (data del primo pellegrinaggio e della consacrazione della spelonca da parte di monsignor Lorenzo, vescovo di Siponto). Da quell’anno i pellegrinaggi si sono istituzionalizzati con regole, comportamenti e percorsi. La tappa di Monte Sant’Angelo divenne obbligata per tutti i pellegrini che da Roma si dirigevano verso Gerusalemme, inbarcandosi nei porti di Puglia e Basilicata. La Via Francigena che attraversava l’Italia, comprendeva soprattutto tutte le tappe principali dei santuari mariani e micaelici rinomati e frequentati. Monte Sant’Angelo divenne tappa obbligata e con essa tutti i santuari micaelici minori che da esso avevano avuto ispirazione e filiazione. Il santuario di San Michele delle Grotte di Gravina fu una tappa della via Francesca o Francigena minore che si collegava alla via Appia e alla Via Traiana.
I pellegrini che scendevano dal Gargano, facevano tappa al santuario micaelico di Minervino Murge, proseguivano per Gravina e prima di raggiungere il piccolo e sicuro porto di Scanzano Ionico, per far rotta all’isola di Rodi e poi Gerusalemme, passavano dai santuari mariani e micaelici di Picciano, di Matera, di Montescaglioso.
I Longobardi e i pastori della transumanza furono, certamente, gli esportatori del Culto di San Michele Arcangelo, che giunse oltre i confini della Murgia barese a Minervino Murge e a Gravina. Conquistatori longobardi e pastori sollecitarono ed incentivarono i pellegrinaggi dei Gravinesi verso Monte Sant’Angelo. Qui i pellegrini onoravano il Principe degli Arcangeli a cui chiedevano benedizione e protezione delle loro persone, dei loro cari, dei loro averi e persino dei loro indumenti o ricordi (reliquie-brandea) che si portavano a casa al fine di trasferire nella loro città la protezione di San Michele.
A Gravina il culto micaelico trovò allocazione propizia ed idonea nella spelonca naturale ed impervia, sita sul ciglio del kenyon del torrente “gravina” proprio al limite estremo dell’intricato bosco della “lama” che prendeva il nome dalla chiesa rupestre di “San Vito”.
Il toponimo “Fondovito” tramanda la storia e spiega il soprannome di “ San Vito vecchio”. I monaci eremitani della regola di Sant’Agostino avevano preso possesso e residenza nel villaggio rupestre, costituito dai Basiliani e Benedettini, e in quel luogo mantennero vivo il in onore di culto di San Vito presso la chiesa rupestre ad esso dedicata. Il quartiere che si estendeva lungo la sponda del torrente “gravina”, dal basso di via Montepeloso sino ai piedi del piano della “Civita”, prese il nome di “ Fudus Vitus “ in fondo a San Vito”. La primitiva chiesa di San Vito con i suoi preziosissimi e bellissimi affreschi bizantineggianti fu denominata “San Vito Vecchio”, dopo che gli eremitani di Sant’Agostino si trasferirono nel nuovo monastero e chiesa di San Vito, a ridosso della chiesa di San Giovanni Battista, che fu chiesa cattedrale sino all’XI secolo quando il normanno Umfrido fece realizzare la chiesa palatina con il ruolo di cattedrale per la ricostituita diocesi e per il vescovo Guido.
Gli abitanti del quartiere Fondovito adottarono il culto di “san Michele delle grotte”, mantennero vivo, lo incentivarono e lo tramandarono con il più sentito sentimento di devozione. Tanto è dimostrato dalla loro fede e credenza indiscussa, dovuta a momenti di particolare protezione del Santo sempre e in alcuni momenti delicati che la storia ha tramandato. Gli abitanti si assunsero la salvaguardia, manutenzione e la cura della chiesa santuario di San Michele presso cui si celebrava messa ogni mattina ed in circostanze di calamità e pericoli per i cittadini.
La chiesa divenne proprietà di culto di tutti gli abitanti del quartieri che la tenevano aperta per i devoti e, soprattutto per i pellegrini forestieri che affluivano costantemente.
Gli abitanti del quartiere chiesero ed ottenere dal Capitolo della cattedrale un sacerdote che celebrasse messa ogni giorno; chiesero ed ottennero il consenso a festeggiare l’8 maggio l’anniversario della prima apparizione di San Michele al Gargano, importato a Gravina dai Longobardi e dai pastori transumanti. Così, i Fondovitiani, dal lontano IX secolo, l’8 maggio, ricorrenza dell’evento sacro e miracoloso, organizzano e realizzano una festa perpetuando il rito religioso e le consuetudini popolari e folcloristiche. Per l’occasione abbellivano e consacravano il quartiere e le vie con i “Ballun o Brandea”, forme di reliquie, costituite da fazzoletti, nastri, indumenti, portati a Gravina dai pellegrini, dopo essere stati benedetti e santificati da San Michele del Gargano.
Si tramanda che presso la chiesa-grotta di san Michele affluivano sempre pellegrini che si moltiplicavano a dismisura in occasione della festa dell’8 maggio. Arrivavano perlopiù a piedi ma non mancavano gruppi di famiglie che arrivavano con vari mezzi di trasporto sin dal giorno 7 e si fermavano sino al giorno 9, partecipando con spirituale entusiasmo al rinnovo del ricordo della prima apparizione dell’Arcangelo al Gargano (490 e 492). La tradizione della Festa con alterne vicende è ancora viva e sentita sia dagli abitanti del quartiere sia da tutti i devoti cittadini di Gravina.
Il 1925 il Culto di San Michele delle Grotte fu adottato da pii devoti di San Michele che costituirono la “ Confraternita di San Michele”, che ne cura ogni anno l’organizzazione del rito religioso, unitamente al ai canonici del Capitolo della Cattedrale, e si preoccupa di mantener vivo ogni particolare delle antiche consuetudini tra alterne vicende. Comunque, la Confraternita con il suo Comitato festa ha il grande merito di assicurare al quartiere e alla città la festa con ogni buon ricordo di pia devozione al santo che ha miracolato la città in più occasioni. Per tali meriti San Michele fu elevato a Patrono principale della città con bolla di papa Clemente X del 10 marzo 1674. Per cui San Michele viene festeggiato sia l’8 maggio che il 29 settembre, date storiche della nascita del culto micaelico del Gargano.
Quest’anno (2016) la festa di San Michele delle grotte avrà una la durata di due giorni: 7 giorno di vigilia, 8 giorno di festa religiosa e civile con celebrazioni di messe, processione, fuochi d’artificio, addobbo delle vie del quartiere “Fondovito” con i “Balloni” multicolori e folcloristici come da antichissima consuetudine.
Gravina, 5 maggio 2016 Fedele RAGUSO
FONDOVITO: QUARTIERE DI SAN MICHELE
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03 Mag 2016
- Ultima modifica il Martedì, 03 Maggio 2016 04:55
- Pubblicato Martedì, 03 Maggio 2016 04:55
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Fondovito, uno dei quartiere più antichi di Gravina, è situato a sud-ovest del centro storico gravinese. Si costituì tra V e VI secolo dopo Cristo nella lama che mutuò il nome dalla chiesa rupestre dedicata a San Vito, che si trovava nella parte più bassa del complesso rupestre a sud-est della kenyon della “Gravina”. Esso, chiuso nella fortificazione naturale ed artificiale si estendeva da sud-est sino al contrafforte della rocca, aveva una fenditura centrale, dove precipitava l'acqua del braccio sinistro della lama e torrente “Casale-Dalonzo”; era servito dalle vie non carrozzabili : Vico San Bartolomeo, Via Dirimpetto all'Appennino, Vico dei Caprini; completavano la viabilità piccoli sentieri, strettoie e scalini di collegamento tra grotte e abitazioni. Era un quartiere soleggiato ed asciutto, ricco di vegetazione naturale e artificiale, che lo abbelliva e lo rendeva poco percorribile in alcuni punti.
Fu popolato dai Silvini del colle Botromagno al tempo delle razzie vandaliche (456-553). Ebbe il suo momentofavorevole,perché ogni cavità naturale fu occupata. Le chiese di S. Stefano, di San Nicola, S. Vito, di San Michele, San Marco e quella dell'eremita, dedicata a San Giovanni Battista, furono i luoghi di culto che attirarono e indussero a risiedere uomini nomadi della vallata, e immigrati venuti al seguito dei nuovi conquistatori. La cripta-chiesa di S. Michele, forse di origine protocristiana.fu l'epicentro della loro vita religiosa. L'insediamento si ampliò, col tempo, con strade, scalinate, pozzi, magazzini.Le grotte acquistarono volto di case piccole, strette, ma più convenienti al vivere umano.
Era abitato da figuli e pellai. Quest'ultimi fondarono la Confraternita di San Bartolomeo, presso l'omonima chiesa e ospedale, creata per la cura di malati inguaribili e fiduciosi di essere miracolati da San Michele Arcangelo, il cui culto era nella chiesa grotta prospiciente. Quest'ultima divenne il fulcro del primo rione in espansione ed il centro di attrazione di cittadini e pellegrini-turisti che puntualmente l'8 maggio ed il 29 settembre si recavano in pellegrinaggio di preghiera e penitenza per implorare perdono e grazie all'Arcangelo Michele. Le ricorrenze delle apparizioni determinarono un gran movimento di popolo ed una gran festa di quartiere, perché l'Arcangelo era, ed è, il santo protettore di eserciti, principi ed imperatori, ma è stato, sostanzialmente, il custode di contadini, pastori, e la dignità tutelare, nei momenti di calamità naturali, di quella gente misera che abitava i dirupi.
Le abitazioni di questo quartiere, sviluppatosi tra il V e X secolo d. C., erano in grotte naturali ed artificiali, ma anche case edificate con tufi ricavati in loco. La maggior parte dell'abitato era addossato alla rocca della Civita e si estendeva da ovest verso est, salendo dal basso verso l'alto presso la porta Basilicata.
La chiesa di San Giovanni Battista e la successiva realizzazione del monastero degli Agostiniani determinarono uno richiamo di abitanti e, quindi, ampliamenti dei fabbricati esistenti e costruzione di nuovi edifici.
Nel 1861 l'Università di Gravina si dotò del Piano Regolatore Generale e per questo fu deciso il miglioramento del quartiere. Infatti fu coperto il braccio del torrente, si consentirono ampliamenti urbanistici al centro della lama, fu sistemata l'intera viabilità.
Il quartiere ha conosciuto lo spopolamento parziale in seguito alle emigrazioni e alle assegnazioni di case popolari. Oggi si tende, timidamente, a ritornare alle proprie radici, però con una distorta mentalità del recupero delcentro storico.
Questo rione, a differenza del Piaggio, risulta più pulito e ben tenuto dai 270 (circa) resdenti che dimorano con piacere,perché lo ritengono un'oasi dipace e luogo protetto da San Michele Arcangelo, che gli antichi abitanti accolsero ed incentivarono il culto, attestato durante la festa dell’8 maggio di ogni anno.
Gravina 2 maggio 2016 Fedele RAGUSO
LA FESTA DI SAN MICHELE PICCOLO A “FONDOVITO”
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06 Mag 2016
- Ultima modifica il Venerdì, 06 Maggio 2016 05:29
- Pubblicato Venerdì, 06 Maggio 2016 05:29
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La città di Gravina sull’esempio di Monte Sant’Angelo dedica a San Michele due giorni festivi come: 8 maggio, S. Michele piccolo degli abitanti di “Fondovito”.; 29 settembre, San Michele grande patrono della città
La festa di “San Michele delle Grotte” è stata ed è riconosciuta come la festa del quartiere “Fondovito”, costituitosi nella “Lama San Vito” nei pressi della spelonca naturale riservata al culto degli Arcangeli Michele, Gabriele, Raffaele come luogo di approdo del culto, giunto dal monte Gargano.
Da tempi immemorabili i “Fondovitiani” hanno mantenuto vivo il culto dell’Arcangelo Michele, a cui hanno riservato e assicurato ogni anno la festa dell’8 maggio istituita dai Longorbardi, dopo la vittoria sui Bizantini.
La consuetudine rituale della festa la mutuarono da Monte Sant’Angelo dove si recavano in pellegrinaggio sia nel mese di maggio che nel mese di settembre di ogni anno per partecipare alle commemorazioni delle apparizioni di San Michele del 490, 492, 493 e per invocare protezione e grazie. I fervidi devoti di S. Michele e i bisognosi di grazie si recavano in gruppi a piedi in pellegrinaggio sino ai piedi della montagna garganica, dopo proseguivano in ginocchio mortificando ogni parte del corpo come penitenti peccatori che espiavano i tanti peccati commessi durante l’anno.
Non tutti i Fondovitiani e gravinesi erano nelle condizioni di affrontare il faticoso pellegrinaggio di penitenza per cui fu necessario riprodurre in ogni modo l’atmosfera garganica nella lama “San Vito”, per consentire a tutti gli abitanti del quartiere e della città di essere pellegrini alla chiesa grotta dedicata a San Michele.
Dal Gargano importarono i riti sacri da assicurare a San Michele e, soprattutto, particolari reliquie (dette Brandea: nastrini, fazzoletti, indumenti benedetti e consacrati con l’acqua della caverna e con la benedizione del santo), che conservavano gelosamente in casa ed ostentavano in occasione della festa dell’8 maggio con i “ballunǝ - balloni”, particolari addobbi lungo le scalinate del quartiere, a cui appendevano le reliquie garganiche. La festa risultava originale, molto suggestiva e folcloristica, favorita dal particolare paesaggio rupestre del quartiere con lo sfondo della “gravina” e del colle Pietramagna.
Il rito sacro seguiva pedissequamente la tradizione garganica inaugurata da monsignor Lorenzo Maiorano, vescovo sipontino. La mattina si celebrava la messa cantata in cattedrale con il pontificale del vescovo, a cui partecipavano tutti i canoni del Capitolo Cattedrale con cappa magna ed un nutrito numero di devoti di san Michele. Subito dopo si teneva una solenne processione dalla cattedrale sino alla chiesa-grotta. Lungo il percorso di andata, i canonici cantavano l’inno di S. Michele in latino; in chiesa si cantava l’Antifona alle lodi e si recitavano le preghiere del Santo. Quando si ritornava indietro, si cantava il TE DEUM. La processione seguiva un percorso regolare: dalla cattedrale, piazza Benedetto XIII, piazza notar Domenico, calata grotta S. Michele; dalla grotta, calata S. Giovanni, via Marconi, piazza notar Domenico, dove la processione si scomponeva.
Nella grotta-chiesa, dopo la visita del vescovo e del Capitolo, si celebravano messe senza interruzioni, dalla mattina alla sera, perché era costante l’afflusso di devoti pellegrini gravinesi e forestieri.
Oggi, l’antica consuetudine con i tanti riti sacri è completamente cambiata, ridotta all’essenziale.. La tradizionale processione mattutina viene fatta il pomeriggio, dopo i Vespri, con la partecipazione dei confratelli della Confraternita di S. Michele (dal 1925). Infatti, il differimento della processione fu chiesto dai confratelli perché, durante la mattina ed il primo pomeriggio, erano impegnati al lavoro.
La festa dell’8 maggio (detta di san Michele piccolo) era vissuta in modo diverso da quella del 29 settembre (detta di San Michele grande, dal 1674). Nei tre giorni di festa (28-29-30) si avvicendavano celebrazioni religiose, sontuosa processione per le vie principali del centro città; manifestazioni civili, luminarie, fuochi pirotecnici, concerti bandistici, fiera degli animali e degli attrezzi agricoli, gare ludiche.
Le due festività, ormai, hanno assunto dimensioni e caratteristiche ben distinte: l’una, prettamente popolare e devozionale; l’altra, festa patronale di tutta la città all’insegna più del consumismo che della ricorrenza religiosa tradizionale. Entrambe, però, testimoniano, con riti e con manifestazioni varie, l’antichità del culto e la sua derivazione garganica.
Le chiese, le testimonianze artistiche, l’araldica, l’onomastica, le due feste, la confraternita, il patronato della città costituiscono, sull’insegna di S. Michele, la storia del Santo ed i segni del suo culto a Gravina, che, pur tra leggenda, fantasia e pietà popolare, sono dati storici di grande rilevanza.
Interessanti, risultano a questo proposito i documenti relativi alle pratiche devozionali e magiche, alla medicina popolare, alle espressioni spirituali, da cui emerge una Gravina fatta di ricchezza, ma anche di povertà, di calamità e tanto bisognosa di protezioni soprannaturali. È una città cristiana, devota, desiderosa di protezione, che predilesse il culto di S. Michele, più rispondente a sostenere il popolo in tante circostanze negative: carestie negli anni 1591,1594, 1595, 1598, 1606, 1607; particolari crisi economiche e sociali negli anni 1643, 1647, 1651, 1660, 1670; aeromoto nel 1687, peste nel 1656 e 1690; terremoti nel 1456, 1722-23, 1854 quando furono persistenti; temporali, fulmini e nubifragi nel 1727; alluvione nel 1846. L’elenco delle calamità è infinito, considerando le passate remote e quelle prossime, quando l’invocazione a San Michele fu necessaria per implorare la sua protezione e scongiurare pericoli.
Gravina, 5 maggio 2016 Fedele RAGUSO
“MACCONECCIO” scacciare maligno
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02 Mag 2016
- Ultima modifica il Lunedì, 02 Maggio 2016 04:16
- Pubblicato Lunedì, 02 Maggio 2016 04:16
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I longobardi importarono nelle comunità italiche tutte le loro consuetudini profane e religiose. Quest’ultime assunsero vesti cristiane dopo la conversione al Cristianesimo e, ancor più, dopo l’adozione del culto di San Michele del Gargano. Ai pii longobardi, infatti, si devono diverse consuetudini, tra cui quella dell’uso dei “brandea – reliquie personali”, dei “ballunǝ - ostensori di reliquie”, dei “macconecci - scaccia maligno”.
Gli abitanti della “contrada (rione) Fondovito” subirono la sovranità dei signori Longobardi sin dal IX secolo d. C. che avevano prediletto il sito gravinese e realizzarono un poderoso castello sulla piana della rocca che sovrastava le lame di “Piaggio” e “Fondovito”, già antropizzate intensamente (tra III – IV secolo dopo Cristo), grazie alle tante cavità carsiche naturali esistenti. I Longobardi si guadagnarono subito le simpatie e collaborazioni degli abitanti indigeni che apprezzarono e gradirono la costruzione del castello che li proteggeva, sposarono il culto di San Michele, assecondarono gli interessi particolari per salvaguardare e incentivare le risorse territoriali.
Gli abitanti della città rupestre, che prese il nome “Gravina”, costituiva una comunità agro-pastorale e viveva esclusivamente di prodotti dell’agricoltura e degli allevamenti, oltre che da attività artigianali e di trasformazione connesse alle attività primarie.
La loro alimentazione era assicurata dalle farine di cereali, granturco, e, persino di ghiande e castagne, con cui realizzavano polenta ed impasti che cucinavano in acqua bollente, sul fuoco o in forno. Quei prodotti erano la loro vita, il frutto del loro duro lavoro e dei loro sacrifici.
San Michele Arcangelo aveva sostituito il culto della dea Cerere, divenendo il protettore principale dei contadini e delle loro coltivazioni. Preghiere, novene, processioni di penitenza, riti sacri in suo onore non erano sufficienti per tenere lontano il nemico (demonio) che si presentava come grandine, gelate, siccità, incendi. Il maligno si annidava tra e dentro i campi pregni di frutti da raccogliere. Per cui bisognava cacciarlo con azione umana diretta. Infatti, nei giorni di vigilia delle ricorrenze festive di San Michele 8 maggio e 29 settembre, all’ora dell’Avemaria della sera, agricoltori, pastori e buona parte della popolazione rurale si recavano nei campi per cacciare, secondo le loro usanze, le streghe e le incantatrici. Solevano suonare campane, campanelli, cembali, timpani, tamburi di rame, ed ogni oggetto rumoroso, urlando a squarciagola come forsennati la parola “macconneccio”, a “voler dire vai via maligno e lascia immune la “polenta (macco), i frutti (neccio)”. Con quel fiero baccano e con quelle voci e sicuri del sostegno di San Michele, speravano di mettere al sicuro da qualsiasi stregoneria i due cibi che formavano il loro nutrimento.
Questa particolare ed antichissima usanza, anche, gravinese si è persa nel corso dei secoli ma si è tramandata, per via orale, di anziani agricoltori e pastori. Sopravvive presso alcune comunità delle Alpi Apuane delle province di Lucca e Massa Carrara.
Gravina 25 aprile 2016 Fedele RAGUSO

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