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Storia, Uomini e luoghi

Gravina protagonista su Rai Radio: storia, identità e futuro raccontati da Michele Laddaga

Venerdì scorso Gravina è stata protagonista di un approfondimento radiofonico dedicato alle sue origini, alla sua storia e alle sue straordinarie peculiarità artistiche e architettoniche.

Il dott. Michele Laddaga è stato intervistato dalla giornalista Emanuela Ronzitti nel corso della trasmissione L'Italia in diretta, contenitore informativo del canale All News della RAI.

Nel corso dell'intervista, Laddaga ha innanzitutto ribadito l'antichità di Gravina, considerata, insieme a Coppa Nevigata nel Foggiano, il più antico insediamento della Puglia. Ha quindi ripercorso alcuni degli aspetti più significativi della sua storia: la vasta area archeologica, i numerosi vici che caratterizzavano il territorio e lo splendore raggiunto in età ellenica, quando la città divenne uno dei più ricchi e potenti centri della civiltà peuceta. Una prosperità che attirò l'interesse di Roma, la quale, ritenendola un obiettivo strategico e prestigioso, la distrusse nel 306 a.C.

Tra alterne vicende, Gravina ha saputo mantenere, da oltre ottomila anni, una continuità insediativa che pochissime città al mondo possono vantare. Pur avendo assunto nomi diversi nel corso dei millenni, il nucleo principale dell'abitato non si è mai spostato dalle sponde del burrone sul quale sorse il primo insediamento.

Nel corso della trasmissione sono state evidenziate anche altre peculiarità della città: la civiltà rupestre, il suggestivo ponte-acquedotto, il ricco patrimonio religioso legato anche alla figura di Papa Benedetto XIII, gli antichi rioni Piaggio e Fondovito, la presenza di Federico II con il castello svevo e la realtà della Gravina contemporanea.

Non è mancata una domanda sul mancato sviluppo turistico della città, spesso paragonata a Matera. Laddaga ha proposto una lettura che richiama anche il ruolo della fortuna nella storia della città lucana, favorita dall'interessamento di Adriano Olivetti, che soggiornò a Matera durante una malattia, e dalla visita di Alcide De Gasperi. A ciò, ha aggiunto, si è affiancata, nel caso di Gravina, una classe politica non sempre all'altezza delle sfide della valorizzazione del territorio.

Nonostante ciò, Gravina merita attenzione e rispetto per la profondità della sua storia, la bellezza del suo paesaggio, l'unicità del suo habitat e le originali caratteristiche che la contraddistinguono. Il fatto che un mezzo di comunicazione nazionale come la RAI abbia dedicato spazio alla città rappresenta un segnale importante. È un'occasione che dovrebbe stimolare la consapevolezza dei cittadini e di quanti sono chiamati a custodire e valorizzare il patrimonio che la natura e la storia hanno affidato loro, sia pure temporaneamente. Anche iniziative come questa possono contribuire a rafforzare l'orgoglio identitario e a promuovere una più convinta valorizzazione di Gravina.

Gravina, nove secoli di storia tra Benedettini e identità cittadina

«La storia di Gravina in Puglia rappresenta uno stimolo continuo per gli studiosi, impegnati ad approfondire ricerche e documenti con l’obiettivo di portare alla luce aspetti ancora poco conosciuti della città e della sua comunità». È il pensiero del professor Fedele Raguso, da anni protagonista di un intenso lavoro di studio e ricerca archivistica volto a rileggere la millenaria vicenda storica di Gravina in Puglia attraverso nuove fonti documentarie.

Nell’introduzione al volume “Gravina in Puglia Sec. XI-XIX. Nuovi apporti”, la professoressa Marisa D’Agostino ripercorre il ruolo centrale svolto dal territorio gravinese nel corso dei secoli. Gravina — scrive — fu “Urbs” e “Civitas”: città fortificata e, al tempo stesso, comunità consapevole della propria identità, distinta da ciò che si trovava oltre le mura. Una “terra fortunata”, scelta nei secoli da popolazioni in movimento attratte dalla fertilità del territorio e dalle sue risorse naturali.

Dagli Illiri ai Miceni, fino alla formazione del popolo peuceta nelle aree di Pietramagna e Botromagno, il territorio gravinese divenne crocevia di culture e civiltà. L’elemento autoctono si fuse progressivamente con quello migrante, attraversando i processi di ellenizzazione, romanizzazione e, successivamente, cristianizzazione nell’alto Medioevo. Proprio quest’ultima fase segnò profondamente la storia locale, caratterizzata dal confronto tra il rito greco-bizantino e il rito latino promosso dai Benedettini.

Secondo la professoressa D’Agostino, il professor Fedele Raguso ha dedicato la propria attività di ricerca alla scoperta di nuovi aspetti sociali, economici, culturali e religiosi della città, con l’intento di rafforzare nella comunità gravinese il senso di appartenenza e la consapevolezza delle proprie radici storiche.

Particolare attenzione viene riservata alla presenza benedettina nel territorio di Gravina: il loro arrivo, il ruolo svolto e la lunga permanenza durata circa nove secoli. Con il progressivo declino del rito greco-bizantino e il ripristino del rito latino da parte della Chiesa di Roma, i Benedettini divennero protagonisti di una profonda trasformazione religiosa e sociale del territorio.

Nel capitolo “Benedettini e trasformazioni fondiarie: Gravina, secoli IX-XV”, Raguso ricostruisce con rigore documentario il quadro storico delle attività dei monaci benedettini, facendo ampio ricorso a fonti archivistiche e bolle pontificie. Emergono così le vicende dei piccoli insediamenti monastici gravinesi, collegati a importanti abbazie dell’Italia meridionale come San Lorenzo di Aversa, la Santissima Trinità di Cava dei Tirreni, Santa Maria di Banzi, San Salvatore del Goleto e San Leone di Bitonto.

“I tre studi contenuti nel volume — sottolinea infine la professoressa D’Agostino — rappresentano episodi di storia locale che si inseriscono pienamente nel più ampio quadro della storia generale, sostenuti da un solido metodo storiografico”.

25 Aprile, la memoria che inquieta il presente: il ritorno dei tempi di guerra e la nuova chiamata alla Resistenza

Il 25 aprile 2025 ha segnato una soglia simbolica e politica: ottant’anni dalla Liberazione dal nazifascismo. Una ricorrenza che non è solo celebrazione, ma radice viva della nostra identità democratica. È grazie a quella vittoria che oggi possiamo dirci liberi. Eppure, nel cuore dell’Europa e ai suoi confini, il fragore delle armi e il riemergere di tensioni internazionali riportano alla mente scenari che si pensavano consegnati alla storia. I tempi di guerra, che credevamo archiviati, tornano a farsi sentire, insinuandosi nel dibattito pubblico e nella coscienza collettiva.

In questo clima, l’appello dell’ANPI assume un significato ancora più urgente: “Una certa Resistenza non è mai finita; è tempo di resistenza, pacifica e collettiva”. Non un richiamo retorico, ma una sollecitazione concreta alla partecipazione, alla vigilanza democratica, alla difesa quotidiana dei valori costituzionali.

Il nostro 25 Aprile 2026 si carica così di una doppia memoria: quella della Liberazione e quella della nascita della Repubblica. Accanto alla fine della dittatura, ricordiamo la vittoria del referendum istituzionale, la conquista del voto alle donne, la formazione dell’Assemblea Costituente. Eventi che segnarono una frattura netta con il passato e aprirono la strada a un Paese nuovo, non solo diverso da quello fascista, ma anche da quello prefascista.

Il 1946 fu un anno fondativo, attraversato da una straordinaria energia civile. La partecipazione al voto raggiunse livelli altissimi, i partiti di massa divennero luoghi di elaborazione politica e sociale, le piazze si riempirono di cittadini animati da un obiettivo comune: costruire una democrazia più giusta. In quel contesto nacque la Costituzione, che ancora oggi rappresenta il pilastro della Repubblica, fondata sul lavoro e impegnata a ripudiare la guerra.

Ed è proprio questo principio, oggi, a risuonare con forza particolare. In un mondo attraversato da nuovi conflitti e da equilibri instabili, il 25 Aprile non è solo memoria, ma monito. Ricorda che la pace non è un dato acquisito, ma una conquista fragile, da difendere con responsabilità collettiva.

La Resistenza, allora, non è soltanto un capitolo chiuso della storia. È un’eredità che interpella il presente. Non più armata, ma civile; non più clandestina, ma pubblica; non più divisiva, ma unitaria. Una resistenza fatta di partecipazione, di diritti difesi, di democrazia praticata. Perché, se i venti di guerra tornano a soffiare, la risposta non può che essere un rinnovato impegno per la pace.

9 maggio, il sacrificio di Aldo Moro e il sogno europeo della pace

Il 9 maggio è una data profondamente simbolica nella storia recente d’Italia. In quel giorno del 1978 venne ritrovato, in via Caetani a Roma, il corpo senza vita di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua uccisione, dopo 55 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse, segnò il culmine di uno dei capitoli più drammatici della Repubblica italiana.

Ma il 9 maggio è anche la data in cui si celebra la Giornata dell'Europa, dedicata alla nascita del progetto europeo fondato sulla cooperazione tra i popoli, sul superamento delle divisioni nazionali e sulla costruzione di istituzioni comuni capaci di garantire pace e stabilità. Una coincidenza dal forte valore simbolico, che lega idealmente la memoria di Moro ai principi fondativi dell’Europa unita.

Moro non fu soltanto un uomo politico che parlò di Europa e di pace: ne fu interprete e costruttore. La sua visione si manifestò in tutte le grandi questioni internazionali nelle quali l’Italia era coinvolta come membro della Comunità europea e protagonista nel Mediterraneo. Convinto europeista, vedeva nell’integrazione tra gli Stati uno strumento indispensabile per consolidare la democrazia, prevenire i conflitti e favorire la cooperazione tra i popoli.

Alla base del suo pensiero vi era la convinzione che, oltre le contrapposizioni ideologiche e politiche, esistessero bisogni comuni da condividere e difendere. Tra questi, la ricerca di una pace costruita “al riparo di ogni minaccia alla sicurezza” e fondata sul “comune bisogno e desiderio di cooperazione”. Una visione che anticipava molti dei valori oggi posti al centro dell’identità europea.

I principi ai quali Moro si richiamava erano quelli del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, della libertà di pensiero, di coscienza e di religione, della cooperazione tra gli Stati, della soluzione pacifica delle controversie e del rifiuto della forza come strumento di confronto politico. Valori che restano ancora oggi il fondamento del progetto europeo e che rendono la figura di Moro una delle più alte espressioni dell’europeismo italiano del Novecento.

Le nùndinae nel mondo romano, il caso Silvium – seconda parte

Il dott. Michele Laddaga ha inviato alla redazione alcuni cenni storici riguardanti le nundinae e la nostra Silvium; martedì scorso pubblicammo la prima parte, oggi la seconda:

A Gravina in Puglia, come a Gioia del Colle-Monte Sannace, la notevole concentrazione di pesi da telai nei contesti abitativi, attestati tra il III e I sec. a.C., evidenzia attività laniere di incipiente romanizzazione e legate a esigenze avvertite su scala locale. Gravina, oltretutto ha sempre vantato una grande presenza di ovini equini, suini e bovini. La lana di Gravina oltre che abbondante era di primissima qualità e veniva venduta a Canosa, città dotata di grandi lanifici.                                                                                                                      

Per la notorietà dei prodotti lanieri prodotti in Apulia hanno, dunque, sicuramente, giocato un ruolo importante le fiere regionali e i mercati periodici: le nundinae[1].

Gli indices nundinarii, attestati per l’Italia romana, erano funzionali al commercio all’ingrosso delle principali produzioni specializzate e poste alla base del sistema economico locale e destinate ad ogni singola area regionale, in primis e per lo scambio con l’esterno.                                                                                                                I mercati, nell’Apulia, rientravano nella fascia dei circuiti di scambio tra regioni complementari, dal punto di vista geomorfologico e produttivo, come appare da una delle due liste dell’Index Allifanus che inserisce la Apulia nell’asse orizzontale Campania orientale-Sannio meridionale-Puglia settentrionale, i cui principali centri di nundinae sono individuati nelle città di Calatia, Beneventum, Nuceria,  Luceria Silvium ecc.

La Fiera san Giorgio di Gravina in Puglia, ripristinata da Carlo d’Angiò nel 1294, come la fiera di Lucera (1234), ripristinata da Federico II, devono la loro rinascita alle nundinae romane.

Per comprendere meglio il ruolo delle nundinae nel territorio di Silvium è utile immaginare come potesse svolgersi una giornata di mercato nel contesto di una città romana dell’entroterra pugliese.

Nelle prime ore del mattino gli abitanti delle campagne circostanti si dirigevano verso la città, percorrendo le strade rurali che collegavano i villaggi agricoli e le grandi proprietà terriere con il centro urbano. Molti di loro trasportavano merci su carri o animali da soma, portando prodotti agricoli destinati alla vendita.

Tra i beni più comuni presenti nei mercati romani si possono ricordare:

  • cereali
  • olio e vino
  • frutta e verdura
  • animali da allevamento
  • utensili agricoli
  • ceramiche e manufatti artigianali.

Nel caso di Silvium, così come succede, attualmente, per la fiera San Giorgio, la presenza della rete viaria favoriva l’arrivo di mercanti provenienti da altri centri della regione. Il mercato si svolgeva in uno spazio pubblico facilmente accessibile, probabilmente vicino alle principali vie di accesso alla città.

Durante la giornata di mercato non si svolgevano soltanto attività economiche. Le nundinae rappresentavano anche un importante momento di incontro sociale: gli abitanti delle campagne si riunivano per scambiare notizie, discutere questioni locali e partecipare alla vita pubblica della comunità.

Per le autorità locali le giornate di mercato erano inoltre occasioni utili per diffondere comunicazioni ufficiali o svolgere attività amministrative, facendo divenire le nundinae il momento più alto della coesione sociale della comunità.

 Sintetizzando, nella rete di siti archeologici: Silvium (Botromagno) rappresentava il centro urbano e il luogo del mercato periodico; Vagnari una grande tenuta imperiale con attività agricole e artigianali e San Felice un insediamento agricolo rurale.

In questo sistema le nundinae svolgevano la funzione di meccanismo di integrazione economica.

 

MICHELE LADDAGA



 

“FIERA SAN GIORGIO” DI GRAVINA SORELLA GEMELLA DELLA “FIERA SAN LEONE DI BITONTO”

La Storia necessita sempre aggiornamenti, specialmente quando si trovano fonti (documenti) poco conosciuti e, soprattutto, dopo riletture e analisi approfondite di quanto è stato scritto e pubblicato in epoche precedenti.

Nuove indagini storiche relative ai “Benedettini Cistercensi” delle “Grance” (piccole aziende rurali con chiese), istituite nel territorio di Gravina, hanno accertato che i “Benedettini Cistercensi” gravinesi dipendevano dall’Abbazia Benedettina di San Leone di Bitonto, che beneficiava di protezioni, sostegni e consistenti donazioni dai “Marchesi Aleramici”, Feudatari, di Gravina negli anni 1140 - 1158. Quei Marchesi Feudatari sollecitarono gli Abati Benedettini di Bitonto ad istituire la “Fiera Commerciale”, che fu denominata “Fiera di San Leone” bitontina.   Detta fiera, risulta ben documentata e alquanto rinomata e attiva il 1197, (come attesta detto documento).

Senza ombra di dubbi, era stata istituita molti decenni prima, unitamente ad altre fiere bitontine settoriali, rinomate e frequentate da mercanti, visitatori e acquirenti.  

Gli stessi Marchesi Aleramici di Gravina chiesero ed ottennero dall’Abate Bitontino, pro tempore, che si istituisse una “Fiera Commerciale” anche a Gravina.

La fiera fu istituita e denominata “Fiera Agricola - Zootecnica San Giorgio” da celebrarsi nel mese di aprile con durata di 8 giorni (4 giorni prima e 4 dopo la festa di San Giorgio). Doveva iniziare, sempre ed esclusivamente, dopo la fine della “Fiera di San Leone” di Bitonto. 

Fu un proficuo gemellaggio che visse anni di gloria ma anche anni di crisi tali, che le oscurarono le celebrazioni e la loro fama per circa un secolo.

Il 1294, finalmente, l’abate dell’Abbazia Benedettina di Bitonto chiese al re Carlo II d’Angiò la rinascita e il rilancio della “Fiera di San Leone” con gli stessi privilegi che erano stati concessi dai sovrani e feudatari che favorirono gli scambi i liberi scambi commerciali precedenti.

Nello stesso anno 1294 i Benedettini gravinesi, unitamente alla popolazione e con la mediazione del gravinese Conte Giovanni Monfort chiesero al re Carlo II d’Angiò la rinascita della “Fiera San Giorgio”, rispettando i patti sottoscritti per la celebrazione delle “Fiere di San Leone” bitontina.

Questa nota storica, aggiornata, circa le predette fiere: precisa che la rinascita della “Fiera San Giorgio” di Gravina non fu richiesta dai “Cavalieri Templari” che, pur godevano del commercio dei prodotti agricoli di Bitonto e Gravina, ma furono i Benedettini Cistercensi bitontini e gravinese che avevano trasformato e resi coltivabili i territori da cui ricavavano cereali, vino, olio. L’agricoltura era accompagnata da allevamenti di animali da lovoro (buoi, cavalli asini), e , oltretutto necessari per l’alimentazione.

 

Raguso Fedele

Le nùndinae nel mondo romano, il caso Silvium

Fra due giorni aprirà i battenti la 732esima “Fiera San Giorgio”, il dott. Michele Laddaga ha inviato alla redazione alcuni cenni storici riguardanti le nundinae e la nostra Silvium. Pubblichiamo la prima parte:

Nel sistema economico romano i mercati periodici costituivano uno degli strumenti principali per collegare le città con il territorio rurale. Tra questi mercati rivestivano un ruolo fondamentale le nùndinae, giornate di mercato che si svolgevano con cadenza regolare nel calendario romano.

Il termine latino nundinae deriva, probabilmente, dall’espressione novem dies, che significa “nove giorni”.

Nel mondo romano esisteva una figura chiamata Nùndina, non era una grande dea del pantheon ma una divinità minore (numen) legata al ciclo dei giorni e ai riti domestici. Nundina era associata, soprattutto, al nono giorno dopo la nascita (per le bambine; mentre per i maschi era l’ottavo, detto: lustricus dies ). Al momento in cui il bambino riceveva il nome, veniva riconosciuto ufficialmente nella famiglia. Nundina era quindi una divinità legata al ciclico, alla nascita e all’integrazione sociale. Da qui il legame delle nundinae = ciclo di mercato, ogni 9 giorni, con Nundina = divinità del “nono giorno”; entrambi derivano da: novem + dies (nove giorni), legata, quindi, alla struttura temporale del ciclo e personificava il ritmo sociale del tempo, tipico della religiosità romana arcaica (più “funzionale” che mitologica). 

Le nundinae, oltre ad essere parte integrante della vita pubblica romana, contribuivano alla coesione sociale delle comunità locali.

Nei centri urbani minori, come Silvium, le nundinae avevano un’importanza ancora maggiore. In questi contesti il mercato periodico rappresentava spesso la principale occasione di scambio economico tra la città e il territorio circostante.

Silvium, rappresentava un caso specifico data la sua posizione strategica lungo la rete stradale dell’entroterra pugliese. Nel territorio dell’antica Silvium, nell’area di Gravina in Puglia, è stata rinvenuta un’iscrizione latina che menziona le nùndinae.

L’epigrafe, che oggi dovrebbe essere conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Altamura, rappresenta una testimonianza diretta circa l’organizzazione, a Silvium, dei mercati periodici nella città. (Recatomi, personalmente, presso il citato Museo, non vi è traccia dell’epigrafe e mi è stato comunicato che, probabilmente, sarebbe stata restituita alla città di Gravina e dovrebbe trovarsi tra i reperti depositati presso il convento san Sebastiano…).                                                                        

Le epigrafi relative ai mercati erano, spesso, collocate in luoghi pubblici frequentati, come il foro o le aree commerciali della città, in modo da essere visibili alla popolazione.

La menzione delle nundinae conferma che Silvium svolgeva una funzione commerciale importante nel territorio della Murgia.

Il mercato periodico consentiva, come detto, di collegare le campagne agricole, gli insediamenti rurali, le grandi proprietà agricole con la rete stradale romana.

E Silvium, in quei giorni, diventava, appunto, il punto di incontro tra produzione agricola e distribuzione commerciale.

 

 

MICHELE LADDAGA