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Storia, Uomini e luoghi

Il Giorno del Ricordo, la memoria che interroga il presente della guerra

Il Giorno del Ricordo è una solennità civile della Repubblica italiana dedicata alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Viene celebrato ogni anno il 10 febbraio ed è stato istituito ufficialmente nel 2004, al termine di un lungo e complesso percorso politico e culturale. Per decenni, infatti, la tragedia del confine orientale è rimasta ai margini della coscienza collettiva nazionale: poco presente nei manuali scolastici, raramente affrontata nel dibattito pubblico, spesso schiacciata dalle contrapposizioni ideologiche del secondo dopoguerra. Solo con il tempo è maturata la consapevolezza che quella pagina di storia, dolorosa e divisiva, non potesse più essere rimossa senza impoverire la memoria democratica del Paese.

La legge istitutiva chiarisce con precisione le finalità della ricorrenza: non una celebrazione identitaria né una lettura strumentale del passato, ma un impegno pubblico a riconoscere e rinnovare la memoria di una tragedia che coinvolse migliaia di italiani. Uomini, donne e bambini furono uccisi o costretti all’esilio in un contesto segnato dal crollo degli Stati, dalla violenza bellica e da un duro conflitto politico e ideologico. Il riferimento è sia alle vittime delle foibe sia a coloro che, tra il 1945 e il 1956, abbandonarono le proprie case per non vivere sotto il nuovo regime jugoslavo, pagando il prezzo altissimo della perdita della propria terra, della propria identità e spesso della propria dignità.

Oggi, mentre l’Europa e il mondo assistono nuovamente a conflitti armati che producono morti civili, deportazioni, profughi e confini ridisegnati dalla forza, il Giorno del Ricordo assume un significato che va oltre la dimensione storica. Le immagini delle guerre in corso, dei civili in fuga e delle minoranze travolte dalla logica delle armi rendono drammaticamente attuale il legame tra passato e presente. Ricordare le foibe e l’esodo giuliano-dalmata significa allora interrogarsi sulle conseguenze estreme della guerra e dei nazionalismi, sulla fragilità dei diritti quando prevale la violenza, e sulla responsabilità delle istituzioni democratiche nel custodire la memoria come strumento di prevenzione. Non solo per rendere giustizia alle vittime di ieri, ma per comprendere meglio le tragedie di oggi e provare, almeno, a non ripeterle.