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Storia, Uomini e luoghi

ECONOMIA FIORENTE E APPUNTAMENTI COMMERCIALI

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Gravina ha ereditato due appuntamenti semestrali per gli scambi economici: 18-25 aprile (fiera San Giorgio), 30 settembre (mercato agricolo di San Michele). I mercati ebbero origini antichissime: uno a primavera per affrontare le esigenze del semestre dei raccolti; l'altro in autunno per gli acquisti di scorte per l'inverno, per i preparativi alla stagione della semina. Si trattava di incontri nati da naturali esigenze di scambio (baratto), che divennero, poi, appuntamenti istituzionalizzati e regolamentati dalle autorità locali e centrali con appositi atti pubblici. 

La storica e rinomata Fiera S. Giorgio di Gravina ha avuto la denominazione di “Fiera regionale di Gravina. Fiera San Giorgio dal 1294 nella edizione del 2006 e si trasformò da gran mercato agropastorale in gran mercato di tutto.

La sua longevità, la sua continuità, la sua incidenza è dovuta, principalmente a fattori come base elementi geoeconomici, sociali, culturali, politici, istituzionali. Questi fattori favorirono, prima, la nascita del mercato, poi la trasformazione in Fiera Agricola garantita e sostenuta dalle Istituzioni antiche e moderne.

Dal 1674 il 30 settembre, in occasione della festa patronale di San Michele Arcangelo, si celebra la Fiera Agricola, riservata strettamente al commercio di animali e attrezzature agricole, che, pur nella sua unica giornata di scambi, rappresentava un gran richiamo e raduno di allevatori, di commercianti, di acquirenti e turisti, che assicuravano buoni guadagni.

Le fonti scritte e i numerosi reperti archeologici rinvenuti sul vasto territorio e, in particolare, sulla collina Pietramagna e nelle immediate vicinanze, testimoniano che la comunità degli antichi gravinesi ebbero fiorenti e continui scambi commerciali e culturali dal Neolitico in poi.

Le comunità che popolarono i siti di Pietramagna, Botromagno, Sidion, Silvium, Gravina si adeguarono al sistema economico naturale, che determinò la vita sedentaria, l’organizzazione sociale e politica, la nascita e costituzione dell’Urbs e dell’Universitas. Uomini e governanti diedero vita ad appuntamenti commerciali che si consolidarono in nundi­nae, favorite dalla posizione geografica, dal sistema viario, dall’importanza politica, dalla ricchezza economica, dagli scambi commer­ciali esistenti e sviluppati sin dall’epoca greco-romana.

Gravina si trovava in una posizione geografica privilegiata: all’ingresso orien­tale di un largo corridoio che correva approssimativamente da Sud-Est a Nord-Ovest della penisola meridionale italiana, ed offriva facili comunicazioni tra le coste dei mari Jonio, Adriatico e Tirreno  e gli Appennini lucani, pugliesi e campani; per il suo vario e redditizio territorio; per i suoi pascoli, allevamenti, prodotti agricoli e artigianali.

La natura fertile del territorio e la buona qualità dei suoi prodotti furono riconosciuti dai funzionari regi, inviati per stimare le entrate, il feudo e l’intera città. Nel 1531 Gravina fu censita con una  “estensione di 30 miglia di circonferenza, con selve, molti terreni seminativi ed erbosi, vigne, giardini di frutta ed una pescara grande, alimentata da acque sorgenti, ... come terra fertilissima di grani, vini, erbe, frutta, granoturco e cereali vari”.

Nel 1608 Virgilio de Marino dichiarò nel suo apprezzo che: “... nel territorio di detta cita et soi destritti si ci fanno grani et orgi, avena, fave, linj et tutte sorte di vittuagli et tanti che vi concorre tutta terra di Bari a comprarne et altri lochj convicini per che ve se ne fanno infiniti per la gran quantità del territorio, che tiene detta città e per la sua buona qualità et fertilità che vengono essere territorij seminati tre anni continui, doi d’essi di grano, lo terzo di orgio, fave et altri vittuagli et lo quarto anno si reposano et da essi da fertile ad infertile ogni tumulo di semente viene con dieci et dodeci et non vi corre troppa spesa”.

De Marino evidenziò anche la buona qualità e l’abbondanza dei vini, richiesti dai luoghi vicini e lontani:  “ …Nel territorio di detta citta in qualsivo­glia luoco et possessione se sia et che sia del padrone della città o della ecclesia è permesso ad ogni persona de possere piantare vigne... molte persone che non hanno altro che fare per guadagnare …  piantano le dette vigne e poi piantate le soleno vendere, et have detta citta in diversi lochj et quartieri più di cinquanta carre di vigne et stanno dette vigne circum circa la citta... si fanno vini di ogni sorte et in grandissima abundanza delli quali si provedono molti luochi convicini che ne fanno poco o niente e vi si fanno ancora frutti a bastan­za melloni d’acqua, cocumeri et ogni sorte de hortalitie...”

Egli registrò con precisione i buoni e abbondanti pascoli pubblici e privati su cui si alle­vavano animali d’ogni genere “...vi sono cavalli da sella, da quattro cento cavalli, muli et giomente d’imbasto et circa milli somarri et circa trenta cinque milia pecore ultra a quelli de li preiti et persone che non pagano la gabella alla università …”.

Il territorio, il sistema viario, i prodotti, gli animali, furono fattori determinanti per la nascita, sviluppo e continuità  della fiera San Giorgio, che risultò anello economico delle grandi fiere costiere ed interne di Puglia, di Lucania, di Calabria, della Campania.

Uomini, animali e merci percorrevano buona parte delle strade meridionali, ora accessibili, ora impraticabili. La viabilità gravinese si innestava sul reticolo stradale, che collegava Napoli con i porti dell’Adriatico e dello Ionio:  “ Su di essa si dipanava il ricco traffico delle compagnie fiorentine, veneziane e milanesi, le quali facevano la fortuna di Bari, Barletta, di Trani, di Manfredonia e di Brindisi”. A quella fortuna parteciparono Bitonto, Gravina, Matera e tante altre città dell’interno pugliese e lucano. Le strade trasversali, che intersecavano le Murge (sud-nord) e quelle che la percorrevano in senso parallelo (est-ovest, statale 97, strada della Rivoluzione) univano l’Appia antica con quella Traiana, e quindi tutti i centri della costa e dell’interno.

È documentato che i re angioini favorirono i trasporti terrestri con la manutenzione delle vecchie strade e la costruzione di nuove. E datato 1270 un mandato di re Carlo I  “ai  procuratori... del conte di Caserta... per la manutenzione e custodia delle strade”, in cui compare anche la strada che da Gravina portava a Torre a Mare.

La preziosa descrizione di Virgilio de Marino del 1608  richiama i collegamenti di Gravina con Napoli e le città costiere. Sappiamo di una viabilità efficien­te, ereditata dal passato e conservatasi tale sino ai nostri giorni. Gravina distava da Napoli 130 miglia circa  “donde se ci va per tre strade, una la strada del procaccio (po­stino) per la Basilicata per la quale d’inverno si va incomodamente, laltra è la strada di mezzo per le montagne de Puglia quale è la più corta et per essa si va la estate gia che d’inverno è multo incomoda et l’ultima è la strada di Puglia per lo piano, per la quale quantunque sia un. poco più longa si va d’ogni tempo con ogni comodità et in carrozza... dalla. marina al più corto miglia vintiquattro et sono in detta marina la citta di Barletta, Trano, Bisceglia, Molfetto, Giovenazzo, Bari et Bitonto et la distante de detta citta di Gravina è miglia 36 quale è Barletta ... alle quale tutte si va in piano et se ci va in carrozza”. Era collegata  “con la Scanzana (Scanzano MT.) che serve per carricaturo, distante 41 miglia”, dove confluivano le sue merci d’esportazione, e dove giungevano quelle importate. Aveva un buona via di collegamento (Appia antica) con Taranto “distante da Gravina miglia 48 dove si va in piano, da detta citta veneno pesci in. abundantia et d’ogni sorte et in spetie aurate bellissime et vi arrivano freschi d’ogni tempo”.

La fiera di Gravina fu uno  dei 63 appuntamenti commerciali che alimentavano e incrementavano il movimento economico delle cinque aree geografiche del Regno di Napoli, su cui si celebravano 230 fiere.

I mercanti partecipavano con spostamenti comodi, sincronizzati per 23 fiere principali di Puglia. “Un mercante che si recasse in Puglia per prendere parte alla fiera bitontina di San Leone, che cadeva intorno all’11 aprile, giungendo nella regione, qualche giorno prima, avrebbe potuto frequentare le fiere di Palo e di Fasano. Lo stesso mercante... nella seconda meta d’aprile ed in maggio avrebbe potuto seguire due itinerari, entrambi punteggiati da fiere: il pri­mo passando per l’interno, l’avrebbe condotto a Gravina, Altamura, Gioia, Taranto, San Pietro in Bevagna e quindi alla costa ionica; il secondo, proseguendo, lungo la costa adriatica e nel suo entroterra, l’avrebbe portato a Mola, Modugno, Polignano, Putignano, Conversano, Brindisi e Lecce, e poi, risalendo verso il Nord, a Bari, dove in maggio, si teneva la fiera di San Nicola. Se ... da Bitonto avesse voluto riprendere la via del Nord, avrebbe incontrato le fiere di Terlizzi, Andria, Corato, Trani e sarebbe giunto a Foggia, sede d’una delle più importanti fiere pugliesi...”.

Yver e Grohmann attestano, sia pure indirettamente, che la Fiera San Giorgio ebbe un suo ruolo nel quadro economico del Mezzogiorno d’Italia favorita dalle fiere Nicolaiane, da quelle istituite da Federico II e dai re Angioini, da tutti i mercati di Puglia e Basilicata.

Le produzioni agricole e gli allevamenti determinarono la nascita di mercati e l’istituzione di fiere, dove era più facile il confronto e lo scambio di merci da esportare nelle regioni limitrofe e, soprattutto, in Oriente durante e dopo le Crociate.

L’appuntamento economico dedicato a San Giorgio, però, deve la sua trasformazione, da mercato in fiera, e la sua durata nel tempo a uo­mini che ricoprirono cariche istituzionali di rilievo e al ruolo politico da essi svolto:  in epoca angioina, fu signoria di uomini potenti come i de Belloioco e i de Monfort ; in epoca aragonese, fu contea e ducato della potente famiglia Orsini.

Il grande mercato divenne fiera o “nundine” in epoca an­gioina dopo il 1271, quando la città conobbe la signoria dei de Belloioco ed una consistente e determinante presenza dei Cavalieri Templari. Questi si insediarono nel territorio di Gravina e in quelli di Picciano, Spinazzola, Minervino tra il 1270 e 1272, e qui restarono sino al 1308. Ad essi dobbiamo assegnare la paternità delle nundine Sancti Georgi. Essi trasformarono il semplice mercato in fiera di richiamo di produttori agricoli, di allevatori, di artigiani, di mercanti del Mezzogiorno, di banchieri e imprenditori commerciali di Firenze, di Genova, di Venezia[1].

La Puglia interna e la confinante Basilicata furono la terra della se­conda colonizzazione templare, dopo quella costiera, in quell’Italia me­ridionale, che guardava all’Oriente in linea più diretta. La colonizzazione templare fu favorita da tre fattori principali: i successi della I crociata e i possedimenti del Medioriente, che richiedevano appoggi logistici dai luoghi più vicini; il sostegno alle crociate successive; le attività commerciali intraprese dai Templari. Per questo i confini apulo-lucani, che, precedentemente, erano stati solo luoghi di transito, furono occupati, controllati e sfruttati intensamente.

Nel Regno di Sicilia ed in Puglia i Templari divennero più forti e più protetti con l’avvento degli Angioni, con il cambio dei comandi, con l’avvicendarsi di feudatari francesi, e, soprattutto, con Guglielmo Beaujeu (Belloioco), maestro a sua volta della II regione del Sud Italia, luo­gotenente del gran maestro Tommaso Berard, e gran maestro dal 1274 al 1291. Questi, oltre tutto, era cugino di Carlo I d’Angiò, suo sostenitore, suo consigliere, suo vice in molte circostanze. Fu lui il coordinatore di uomini ed azioni templari nell’Italia meridionale e in Oriente.

Guglielmo de Beaujeu fu sicuramente un paladino e un difensore stre­nuo di parecchie situazioni templari in Puglia, fino a quando non si tra­sferì nel 1276 in Oriente, per favorire i progetti di re Carlo I d’Angiò. Durante il suo magistero, infatti, egli chiese e ottenne il rispetto dei vari possedimenti di Ruvo, di Sannicandro, di Fiorentino di Gravina. Con tale atto, egli non esitò a porsi di fronte a Ludovico di Beaujeu, signore di Gravina, suo fratello o cugino, e comunque familiare dello stesso re Carlo, che, in più occasioni, intervenne per indurlo a rispettare le proprietà e i rispettivi confini dei possedimenti templari.

La nobiltà feudale, già numerosa e irrequieta fin dai primi tempi della conquista angioina, è cresciuta di numero e di audacia; gli ordini monastici si sono moltiplicati e i privilegi dei quali sono arric­chiti più non si contano. I Templari hanno possedimenti in Puglia e in Campania e sono esenti da qualsiasi imposta, anche se soltanto oblati. A loro furono accordati i privilegi di esportazione e di esenzione dal diritto exitu­ri, emanati dai re angioini; erano le loro galee che esportavano frumento, legumi. sale dalla Puglia per S. Giovanni d’Acri e Cipro, da dove importavano zucchero. Non si sottoposero al monopolio regio del sale, riuscendo a strappare da Roberto, duca di Calabria, l’esenzione che non aveva mai concesso ai Benedettini.

Alcuni documenti del 1270-1293 dichiarano l’esistenza di un cospicuo movimento di vettovaglie dalla Puglia verso l’Oriente. Grano, orzo, legumi erano prodotti protetti da una ferrea legge di esporta­zione, che solo il sovrano poteva autorizzare a determinati mercanti o esportatori e con speciali condizioni. I Templari costituivano sempre delle eccezioni, perché sostenevano in pieno la politica di Carlo I in Oriente, impegnato nelle crociate e nella politica di conquista ed espansione commerciale.

Carlo I d’Angiò, nel mese di febbraio 1270, ordinò al portolano di Puglia di redimere le vertenze tra i Templari e i mercanti di Fermo, Ancona e Venezia; nel gennaio 1271 autorizzò per 4 mesi, esportazioni esenti da ogni tassa; il 18 marzo 1271 ordinò al Secreto di Puglia di consentire ai Templari di portare a S. Giovanni d’Acri 2000 salme di frumento e di orzo da qualsiasi porto di Puglia; il 22 gennaio 1278 Nicola Frecze, maestro portolano e Secreto di Puglia, autorizzò frate Arnolfo della casa templare di Barletta, ad esportare 1000 salme di grano e 1000 di orzo; il 18 gennaio 1278 si autorizzò frate Gerardo tem­plare di esportare da qualsiasi porto di Puglia 30 salme di legumi da portarsi in Ungheria; nel 1293 fu Carlo II che autorizzò fra Rinaldo de Varenis, vicario di Guglielmo Belloioco, gran maestro dei Templari, a portare nell’isola di Cipro 100 salme di frumento e 50 di fave.

La Puglia con le sue coste offrì ai Templari, basi ideali per le operazioni militari dirette in Palestina; l’entroterra divenne “il centro di una fitta rete di drenaggio di risorse alimentari, prodotte da un sistema  polverizzato di casali, piccoli borghi, masserie, chiese e monasteri rurali”, tutte infrastrutture della macchina produttiva, predisposta per le crociate. Essi misero su santuari o chiese per dare la carica emotiva necessaria a quanti si accin­gevano a partire e a quanti si dovevano convincere a partecipare alla guerra antimusulmana; allestirono ospedali, mercati, porti, galee; acquistavano  vettovaglie, animali e trasferivano verso l’Oriente.

La Puglia e la vicina Basilicata beneficiarono del commercio dei prodotti agricoli e degli allevamenti, stimolato e incentivato dagli ordini cavallereschi, che moltiplicarono, così, il numero dei santuari, dei lazzaretti, dei ricoveri per pellegrini. In queste regioni si reclutarono anche monaci guerrieri e crociati.

Quando i Templari occuparono le aree interne, favoriti dai re angioini, ebbero in dono ex territori benedettini, terre abbando­nate, dotate di sorgenti, torrenti, villaggi rupestri. I luoghi furono antropizzati, le terre furono messe a frutto con investimenti e con la forza lavoro di pellegrini in transito. Le contrade pugliesi, in tal modo, si vivacizzarono con monaci e pellegrini che, provenienti da Roma, raggiungevano il santuario di San Michele del Gargano e, di qui, dopo  tappe micaeliche o mariane, prefissate, raggiungevano i porti di Barletta, Trani, Bari, Brindisi per imbarcarsi alla volta di Gerusalemme.

A testimoniare il loro transito sul territorio gravinese, significativo risulta il toponimo “Curtem templi su via Cipriae”, attuale via dei “Pezzenti”, presso la diga del “Basentello”, posta ai confini dei territori di Genzano di Lucania, Spinazzola, Poggiorsini. La via “Cipro” nel 1197 risultava il tratto di strada che si innestava su quella proveniente da Minervino, Acquatetta, Paredano, Roviniero e, dall’incrocio del confine di Spinazzola e Genzano, si inoltrava nel territorio di Gravina attraverso le contrade “Cardina­le-Capo-Posta, Aspro, Sgarrone, Lamacolma, Santa Teresa”, scendeva a contrada S. Stefano, (a Sud di Gravina) e si dirigeva verso Picciano-Ma­tera, lungo il torrente “Gravina”. Su di essa transitavano pellegrini (forse nullatenenti e sprovvisti di ogni indispensabile) accolti, sostenuti, guidati e curati dai Templari, in cambio di corvè nelle loro terre, site lungo quel percorso. Quella via, ancora oggi, denominata dei “Pezzenti”, fu transitata anche da uomini e merci che sfuggivano agli oneri di pedaggio pagati sulla parallela statale.

I Francesi, venuti con Carlo I d’Angiò, pur continuando la tradi­zione sveva e rispettando le fiere già in vigore, favorirono la istituzione di nuove nundinae rerum venalium generales come avveniva in Francia con la consuetudine di farle iniziare 4 giorni prima della festa del Santo protettore e farle continuare 4 giorni dopo. I mercanti che si recavano alle fiere erano sotto la protezione regia, il commercio non doveva ledere gli interessi della Curia o delle Università e non sovrapporsi a date di fiere dei paesi vicini.

A Gravina, infatti, nel 1294 fu ripristinata la Fiera San Giorgio su richiesta degli amministratori dell’Universitas e per intercessione di Giovanni di Monfort. Il privilegio di ripristino stabiliva che l’appuntamento fieristico doveva svolgersi dal 18 al 23 di aprile.

Determinante fu l’intervento di Monfort e di parenti Templari, interessati a favorire anche le loro attività commerciali. Nella piana della chiesa dedicata a san Giorgio si fissò l’appuntamento del “grande em­porio primaverile” per concentrare e commerciare i prodotti dell’anna­ta precedente e comprare l’occorrente per la nuova campagna di lavori, di raccolti e semine; qui si calmieravano i prezzi del frumento, degli altri prodotti agricoli e pastorali.

Carlo II d’Angiò assecondò le richieste dei cittadini di Gravina, sostenute da Giovanni Monfort, loro signore, e concesse il privilegio di ripristinare le nundine di San Giorgio. Volle che esse durassero otto giorno: da 5 precedenti il 23 aprile, festività di S. Giorgio, a due successivi ad essa. Or­dinò che la fiera si celebrasse ove erano soliti celebrarla i fondatori e predecessori, senza intaccare i diritti delle istituzioni pubbliche e quelli dei paesi vicini. Con lo stesso atto annunciò a tutti i paesi del Regno l’evento commerciale, invitò tutti i sudditi a parteciparvi e li obbligò, nello stesso tempo, a rispettare le sue volontà e la manife­stazione stessa.

Nel 1294 Giovanni Monfort divenne patrocinatore, protettore e sostenitore della Fiera S. Giorgio, per la quale ebbe la prerogativa di eleg­gere il maestro di fiera. Un documento, datato Gravina 8 dicembre 1301, riporta l’inventario dei beni posseduti e gestiti dal Monfort, con tutti i diritti amministrativi, finanziari e giudiziari. Tra quest’ultimi rientrò il diritto di elezione del maestro di fiera, che fu ereditato e difeso dagli Orsini, duchi e padroni della città sino al 1810.

Alla morte di Monfort il feudo di Gravina ritornò alla Regia Curia, e da questa ad Isabella d’Angiò, sorella di Carlo II e regina d’Ungheria, rappresentata in terra gravinese da Uguetto di Bologna, vicario e procu­ratore, investito della carica di maestro giurato. Carica questa che attri­buiva funzioni poliziesche e giudiziarie ordinarie e, in caso di fiera, fun­zione straordinaria da affiancare o sostituirsi al maestro di fiera

La fiera gravinese fu una delle tante fiere angioine, promossa da semplice mercato ad appuntamento economico di rilievo, per vendere grandi quantità e tante diversità di prodotti e animali, per esporre i bei cavalli murgiani, allevati nella masseria regia o marestalla, per calmierare i prezzi del grano e dei cereali.

Infatti, alcuni mercanti di grano, orzo e prodotti agricoli dichiararono nel 1271 che il prezzo del grano stabilito sui mercati di Gravina e Altamura era di 12 tari aurei per salma. Il documento non fa riferimento alla fiera, ma la data e l’oggetto riportati attestano implicitamente che si tratta di un dato economico riconosciuto nei centri di maggiore produ­zione di cereali, dove la vendita avveniva nel periodo di fiera (aprile), quando si stabilivano i prezzi da praticare per tutto l’anno e in tutto il Regno.

Giovanni Monfort ha il merito di aver  ripristinato la fiera, mentre, i conti Pie­tro e Giovanni d’Angiò gli diedero impulso commerciale, economico, turistico e folcloristico. Questi gestirono la contea di Gravina dal 1302 al 1334 ed ebbero particolare cura e sorveglianza sulla “marestalla re­gia”, per gli allevamenti dei cavalli. I pregiati cavalli murgiani e altri animali delle masserie regie e private di Puglia e Basilicata si aggiunsero al fiorente mercato del grano, orzo, cereali e legumi.

La fiera di Gravina divenne il luogo e la circostanza più propizia per fornire la Curia Regia e la città di Napoli di tutte le derrate alimentari e dei giovani puledri. Da Gravina, infatti, venivano richiesti i cavalli migliori per la regia corte.

L’importanza, la vitalità, l’efficacia della fiera S.Giorgio è attestata da altre preziose fonti, in cui si legge a più riprese la presenza di mercanti fiorentini delle compagnie dei Bardi e dei Peruzzi, che in diverse circostanze prestarono soldi al signore Giovanni Monfort, acquistarono cereali ed animali, anticiparono soldi, si trovarono implicati in diversi contenziosi.

Da un dispositivo di Carlo II, datato 27 dicembre 1300, sappiamo che Lippo di Firenze, mercante della compagnia dei Bardi, era creditore di 100 once prestate al defunto Giovanni Monfort, signore di Gravina. Lippo e tal Lapo Blanco, mercanti fiorentini della stessa società dei Bardi, ebbero residenza stabile a Gravina o in Puglia, visto che com­paiono in diversi negozi commerciali e giuridici.

L’affluenza di mercanti e feudatari nei giorni di fiera era notevole, perché si teneva una prestigiosa rassegna e si vendevano i cavalli non utili agli allevatori, alla Curia, al conte. Questi animali furono motivo di preoccupazione del re e del feudatario ogni volta che si mettevano in vendita ed in mostra alla fiera, per cui si ordinò la presen­za del Giustiziere con un corpo di cavalleria armata, costituita da baroni e feudatari soggetti al servizio feudale.

La fiera era il momento cruciale per quantificare la portata economica del territorio, il potenziale di ricchezze dei cittadi­ni. Essa  era l’occasione per cogliere i massimi profitti della circostanza, per programmare le esportazioni e le importazioni. Qui si incontravano mercanti e merci, che frequentavano le fiere pugliesi, si pagavano i de­biti precedenti e si contraevano altri, qui si confrontavano le culture produttive, i prodotti più qualificati, gli animali selezionati.

L’appuntamento economico di Gravina non fu “fiera franca” con gli Angioini, perché l’atto recita esplicitamente che le nundine “celebrentur... dummodo sine dispendio rei publice et preiudicio vicinorum”. Esse godevano come tutte le altre di speciali regimi fiscali, di particolare salvaguardia dello Stato. I giustizieri e i Secreti avevano il compito di sorve­gliare le strade, proteggere mercanti, merci, animali in movimento. Al maestro di fiera era dato il compito di sorvegliare sui pesi e sulle misure, sulle monete, sui contratti. Erano servizi preziosi che bisognava comun­que pagare mediante imposte generali ed imposte locali.

Nonostante fosse una fiera secondaria, gli interessi dei feudatari e dell’Università furono costanti, perché sul mercato di Gravina si trovavano determinati prodotti e, in particolar modo, grandi quantità di gra­no, animali ed il prezioso cavallo pugliese. Questo animale fu il protagonista della fiera San Giorgio, era diventato il fattore principale della “rivolu­zione agricola” del Medioevo.

Il prestigio della fiera San Giorgio fu mantenuto alto in epoca angioina e si rafforzò con l’arrivo di Francesco Orsini, che riuscì a renderla “fiera franca”. Alfonso I su richiesta del conte di Gravina con privilegio del 23 ottobre 1436 concesse “licentiam ... in dicta civitate Gravine feram, seu nundinas tenere et servare possint absque solutione alicuius ...oneris, ... unicuique tam civi ... quam alieno liceat ad dictam civitatem ipsis derrantibus nundinis venire, esse, moran, negotiari et mercimoniare sine aliqua solutione introitus ... et exitus gabelle, fundici, datii“.
Queste esenzioni fiscali rilanciarono la fiera e la qualificarono in una duplice specificità: mercato di animali nella prateria antistante la chiesa San Giorgio, un mercato di cereali, e mercanzie all’interno delle mura tra “Porta San Tommaso e Piano dell’Erba” (da via Matteotti a piazza Benedetto XIII) . Questa seconda particolarità rese necessario l’istituzio­ne di un regolamento, “ius baraccandi”, perché se ne avvantaggiarono il duca, il Capitolo cattedrale, l’Università. Costruire e fittare le baracche fu motivo di contrasti e contenziosi tra i tre beneficiari, che rovinarono, in più occasioni, l’armonia della fiera. I veri padroni di essa furono i duchi Orsini, che esercitarono il loro dominio mediante il maestro e ufficiali di fiera, magistrature riservate a loro.

La fiera di Gravina venne richiamata, ricordata e riconfermata in nuovi privilegi e provvedimenti delle autorità centrali e locali, preoccu­pate di mantenerla in vita e renderla economicamente produttiva. Si­gnificative furono le deliberazioni della Camera della Sommaria del 1634 e il real decreto di Ferdinando II Borbone del 1854, che ribadirono il diritto e privilegio, confermarono il suo calendario, tramandarono alle autorità postunitarie le prerogative di quell’evento storico-economico.

La fiera, nonostante i privilegi e la secolare pratica, fu oggetto di contrasti con la vicina città di Altamura, che volle celebrare la sua fiera San Marco nel mese di aprile e, precisamente, tra quella di S. Leone di Bitonto e la S. Giorgio di Gravina. Nacque un contenzioso tra le tre cit­tà, che approdò nel tribunale della Camera della Summaria. Ebbero ra­gione Bitonto e Gravina che conservarono le loro fiere. La vertenza giudiziaria produsse contrasti, tafferugli ma anche tanta rinomanza alle fiere di Bitonto e di Gravina, che entrarono nei calendari fieristici del tempo, nei Dizionari geografici ed economici del Regno di Napoli.

Dal XIII secolo ad oggi la Fiera San Giorgio è stata sempre celebrata con edizioni positive e non mancarono sospensioni in circostanze di epidemie.

Essa ha perso, con il tempo, certamente, la sua identità e peculiarità, che attirava avventori alla ricerca di cavalli, animali da allevamenti, prodotti, mostre campionarie e iniziative legate esclusivamente all’agricoltura e alla zootecnia. Caratteristiche che dovrebbero essere ripristinate e adeguate alle nuove esigenze sociali, commerciali, economiche, alimentari, culturali. Insomma: innovazione nel rispetto della tradizione e non trasformazione e distacco totale dal passato e dalle vocazioni territoriali.

L’Associazione Corteo StoricoGiovanni Monfort” dal 1996  ha impreziosito la manifestazione fieristica accompagnandola con la  rievocazione del cerimoniale di apertura e chiusura, con scenografie, figuranti, giochi e tornei medievali, che danno vita ad un corteo e rappresentazioni di vita medievale.

Gravina, 16 aprile 2016                                                                    Fedele RAGUSO

 

 

 

 

 

 

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