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Cronaca

Le guerre, i profughi e il clima

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La guerra al Rojava avvicina l’Europa e i suoi popoli alla verità: lo sterminio in nome della difesa dei propri confini, cioè del proprio “stile di vita”. È una spirale infernale, perché le guerre producono profughi e, per respingere i profughi, si fanno altre guerre. Come accade nel Rojava, abbandonato nei fatti, al di là delle ipocrisie di vuote condanne verbali, alla ferocia militare turca in cambio del suo argine alle migrazioni. Petrolio e combustibili fossili imprigionano l’intera umanità nella dipendenza dalle guerre, ormai elemento costitutivo della condizione umana nel nostro tempo. Profughi e migranti imprigionano governi e popoli che non vogliono accoglierli nella dipendenza da bande e Stati incaricati di “tenerli lontani”. La politica migratoria dell’Europa va ribaltata dalle fondamenta, l’emergenza climatica e ambientale ce ne offre l’occasione. Le politiche di austerity sono incompatibili con la conversione ecologica, che richiede un grande piano di investimenti che faccia da cornice e sostegno a milioni di progetti locali con cui affrontare la transizione verso energie, produzioni, colture, mobilità e territori decarbonizzati. Non ne possono essere protagonisti solo, né in primo luogo, governi e imprese, perché quel piano richiede, innanzitutto, un ruolo attivo delle persone, delle loro associazioni e comunità e dei loro conflitti. Nativi, migranti e nuovi arrivati, possano battersi insieme per la pacificazione e il risanamento dei paesi devastati dalle politiche climatiche e ambientali, dalla depredazione delle risorse locali e dalle guerre

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